La Domenica
30 dicembre 2009 | Di admin | Categoria: In evidenzaGIORNO GRANDE E SACRO
«Giorno del Signore» e «signore dei giorni» (come lo definisce un sermone del secolo V), la domenica è il giorno in cui la Chiesa, per una tradizione che «trae origine dallo stesso giorno della resurrezione», celebra attraverso i secoli il mistero pasquale di Cristo, sorgente e causa di salvezza per l’uomo.
Il giorno che il Signore ha fatto.
Se la domenica è detta giustamente «giorno del Signore» (dies Domini), ciò non è innanzitutto perché essa è il giorno che l’uomo dedica al culto del suo Signore, ma perché essa è il dono prezioso che Dio fa al suo popolo: «Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo» (Sal 117,24).
Un segno di fedeltà
La celebrazione della domenica è per la Chiesa un segno di fedeltà al suo Signore. Sempre, attraverso i secoli, il popolo cristiano ha circondato di speciale riverenza e ha vissuto in intima profonda letizia questo sacro giorno.
La Chiesa, infatti
- lo ha ricevuto, non lo ha creato
- esso è per lei un dono
- può goderne, ma non può né manipolarlo né cambiarne il ritmo, o il senso, o la struttura
- esso infatti appartiene a Cristo e al suo mistero
L’impronta dello Spirito
Sorretta e animata dallo Spirito, la Chiesa, attraverso i secoli, ha conferito alla
- domenica una fisionomia assai viva e ben caratterizzata
- giorno dell’Eucaristia e della preghiera
- giorno della comunità e della famiglia
- giorno del riposo e della festa
- giorno della libertà dalle cure e dalle fatiche quotidiane
- nell’anticipazione della libertà ultima e definitiva dalla servitù e dal bisogno
In questo modo la domenica cristiana ha ricuperato e fatto propri anche alcuni dei caratteri del sabato ebraico.
LA DOMENICA DEL MISTERO DI CRISTO E DELLA CHIESA
«Non possiamo vivere senza celebrare il giorno del Signore!». Con questa bella testimonianza sulle labbra, i 49 martiri di Abitène con a capo il prete Saturnino affrontarono gioiosamente la morte piuttosto che rinunciare a celebrare il giorno del Signore: il «giorno nuovo», il primo della nuova creazione inaugurata dalla risurrezione di Cristo, nella quale il tempo mondano (chrònos) si fa tempo della grazia (kairòs).
Quel giorno era la domenica.
Il «giorno del Signore»
«Osserva il giorno di sabato per santificarlo», suona il comandamento dell’Antica Alleanza (Dt 5,12). La Chiesa, comunità dei credenti in Cristo, depositaria della Nuova Alleanza nel suo sangue (cf Lc 22,20; 1 Cor 11,25), prese invece a celebrare il ricordo nello stesso giorno in cui il Signore è risorto ed è apparso ai discepoli e ha spezzato il pane per due di loro, a Emmaus (cf Lc 24,30).
Egli stesso, infatti, aveva come suggerito e consacrato il ritmo settimanale del giorno da dedicare al suo ricordo, apparendo di nuovo, otto giorni dopo, agli Undici riuniti nello stesso luogo (cf. Gv 20,26).
Da allora il cristiano non potrebbe più vivere senza celebrare quel giorno e quel mistero. Prima di essere una questione di precetto, è una questione di identità. Il cristiano ha bisogno della domenica. Dal precetto si può anche evadere, dal bisogno no.
Il «giorno della Chiesa»
Chiesa vuol dire assemblea; la Chiesa vive e si realizza innanzitutto quando si raccoglie in assemblea convocata dal Risorto («là mi vedranno», cf Mt 28,10) e riunita nel suo Spirito.
Il «dies dominicus» è anche il «dies Ecclesiae», il giorno della Chiesa.
Una comunità riunita nella fede e nella carità è il primo sacramento della presenza del Signore in mezzo ai suoi: nel segno umile, ma vero, del convenire in unum (cf 1 Cor 11,20), nel ritrovarsi dei molti nell’unità di «un cuore solo e un’anima sola» (cf At 4,32), si manifesta l’unità di quel corpo misterioso di Cristo che è la Chiesa.
L’assemblea cristiana, sacramento della presenza di Cristo nel mondo, deve saper esprimere in se stessa la verità del suo «segno»:
- nell’amabilità dell’accoglienza che sa fare unità fra tutti i presenti
- nell’intensità della preghiera che sa aprire alla comunione con tutti i fratelli nella fede, anche lontani
- nella generosità della carità che sa farsi carico delle necessità di tutti i poveri e dei bisognosi, il cui grido la raggiunge da ogni parte della terra
- nella varietà dei ministeri, infine, che sa esprimere tutta la ricchezza dei doni che lo Spirito effonde nella sua Chiesa e i diversi compiti che la comunità affida ai suoi membri.
Per tutti vale la raccomandazione della Chiesa antica a «non diminuire la Chiesa e a non ridurre di un membro il Corpo di Cristo con la propria assenza». E il Corpo del Signore non è impoverito solo da chi non va affatto all’assemblea, ma anche da coloro che, rifuggendo dalla mensa comune, aspirano a sedersi a una mensa privilegiata e più ricca: non sembrano infatti somigliare a quei cristiani di Corinto che rifiutavano di mettere in comune il loro ricco pasto con i più poveri (cf 1 Cor 11,21)?
Se l’Eucaristia è condivisione (espressa nel gesto dello spezzare il pane) sull’esempio di Colui che non ha risparmiato nulla di sé, allora chi ha più ricevuto, più sia disposto a donare, anche quando donare potrà sembrare perdere.
Giorno dell’Eucaristia
Fin dalla prima origine, la Chiesa solennizzò il giorno del Signore con la
celebrazione della «frazione del Pane» (cf At 20,7),8 con la proclamazione della Parola di Dio (cf At 20,21)9 e con opere di carità e di assistenza ( cf I Cor 16,2).
L’esempio l’aveva dato il Maestro. Nello stesso giorno della sua risurrezione, egli aveva spezzato il pane per i discepoli di Emmaus, dopo che con la sua presenza e la sua parola li aveva confortati lungo il cammino, spiegando loro tutto ciò che nella Scritture si riferiva a lui (cf Lc 24,27).
Tutto ciò appare sempre più chiaro alla coscienza cristiana; se la domenica è il giorno dell’Eucaristia, ciò non è solo perché è il giorno in cui si partecipa alla Messa, quanto piuttosto perché in quel giorno, più che in qualunque altro, il cristiano cerca di fare della sua vita:
- un dono
- un sacrificio spirituale gradito a Dio
a imitazione di colui che nel suo sacrificio ha fatto della propria vita un dono al Padre e ai fratelli.
Parola che annuncia e ripropone questo dono di sé, sacramento che lo comunica significandolo nella frazione del Pane come gesto della condivisione, disponibilità al servizio che nasce direttamente dalla stessa carità di Cristo: questa è la vita eucaristicamente vissuta.
Il «giorno della missione»
L’Eucaristia non è solo un rito, ma anche una scuola di vita.
Essa non può esaurirsi entro le mura del tempio, ma tende necessariamente a varcarle per diventare impegno di testimonianza e servizio di carità.
Quando l’assemblea si scioglie e si è rinviati alla vita, è tutta la vita che deve diventare dono di sé. È anche questo un significato del comandamento del Signore: «Fate questo in memoria di me».
Ogni cristiano che abbia compreso il senso di ciò cui ha partecipato, si sentirà debitore verso ogni fratello di ciò che ha ricevuto. «Andate ad annunziare ai miei fratelli» (Mt 28,10): la chiamata diventa missione, il dono diventa responsabilità, e chiede di essere condiviso.
I due discepoli di Emmaus, lasciato il villaggio, tornarono a Gerusalemme per annunciare lietamente ai fratelli che avevano visto il Signore (cf Lc 24,33-35).
Attraverso la gioia di coloro che hanno risposto alla chiamata, è il Risorto che vuole raggiungere ogni altro fratello, ogni uomo: coloro che non hanno potuto rispondere, che non hanno voluto rispondere, che non hanno neppure sentito la chiamata.
Il «giorno della carità»
La propria testimonianza di fede nel Signore risorto e la propria missione si esprimono in modo privilegiato con il servizio nella carità.
Se il frutto dell’Eucaristia è la conformazione al Cristo, l’attenzione ai più infelici, ai poveri, ai malati, a chi è nella solitudine, sarà certo uno dei segni più trasparenti della sua efficacia.
Una visita, un dono, una telefonata, ma anche un impegno più serio e perseverante là dove c’è bisogno, possono portare luce in una giornata altrimenti triste e grigia.
Il «giorno della festa»
Ogni festa nasce dalla concorrenza di due fattori:
- un evento importante da vivere e
- il bisogno di ritrovarsi per celebrarlo gioiosamente insieme.
Tale è anche la domenica del cristiano.
Essa infatti trae origine dalla Risurrezione, evento tanto decisivo da meritare d’essere commemorato e celebrato ogni settimana. Per sua natura, e per espressa volontà di Cristo, tale evento non può che essere vissuto comunitariamente.
- Astenersi dal lavoro e dalla fatica,
- deporre la tristezza delle cure quotidiane,
- oltre che costituire la condizione indispensabile per partecipare alla festa comune, diventa affermazione del trionfo della vita, del primato della gioia.
Questo giorno, così pieno di divino e di umano, illuminerà poi di sé tutti gli altri giorni.
Ritroveranno la giusta dimensione le cure quotidiane che altrimenti ci travolgono sotto il loro peso.
Le cose per le quali ci affanniamo e che a volte finiscono col dominarci, ritroveranno la giusta misura.
Le persone che ci vivono accanto avranno il loro vero volto, dopo che le avremo incontrate «alla festa», e avremo imparato a guardarle come fratelli e sorelle e «compagni»: termine eucaristico come pochi anche quest’ultimo (cum e panis), perché l’Eucaristia è precisamente condivisione dello stesso pane.
L’occhio rinnovato del cristiano vedrà tutto sotto una nuova luce, la luce del Risorto: la contemplazione libera dalla schiavitù delle cose, l’amore si sostituisce al calcolo, il dono all’interesse.
La «festa» in un mondo secolarizzato.
Profonda trasformazione nel nostro tempo…
Questo comporta anche pericoli non indifferenti, sia per l’uomo, sia per il cristiano, e un certo sfaldamento della comunità familiare e di quella religiosa ne è un chiaro esempio.
La domenica dell’uomo secolarizzato non è la stessa del cristiano.
La cultura contemporanea secolarizzata, infatti, ha svuotato la domenica del suo significato religioso originario e tende a sostituirlo sia con la fuga nel privato sia con nuovi riti di massa: lo sport, la sagra, la discoteca, il turismo… Linguisticamente si è passati dal «giorno del Signore» al «week-end», dal «primo giorno della settimana» al «fine settimana».
In questa situazione è possibile che il giorno della festa perda il suo significato cristiano originario per risolversi in un giorno di puro riposo o di evasione, nel quale l’uomo, vestito a festa, ma incapace di fare festa finisce con il chiudersi in un orizzonte tanto ristretto che non gli consente più di vedere il cielo.
Le nuove realtà non sono di per se stesse cattive o illegittime, ma non si può
negare che da tutto questo può derivare il pericolo della perdita della dimensione religiosa della vita e del tempo. Il giorno del Signore potrebbe ridursi così a semplice giorno dell’uomo.
Si apre al proposito uno dei più importanti impegni di un rinnovamento pastorale che deve saper cogliere gli aspetti positivi del nuovo modo di vivere la domenica, per valorizzarli e per consentire che i cristiani possano sempre celebrare degnamente il giorno del Signore ed esserne chiari testimoni.