XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Questa sera ci faremo aiutare da questa parabola del buon samaritano per riflettere su che cosa sia l’amore e prossimità.

Vedete, tutto parte da questa domanda: chi è il mio prossimo. Già porre questa domanda implica il fatto che ci possa essere qualcuno che non sia mio prossimo, è una domanda escludente non include: è escludente; quindi il dottore della legge si aspetterebbe da parte di Gesù una risposta del tipo “queste categorie di persone sono il prossimo queste no”, ma come adesso vedremo, Gesù non risponde affatto; risponderà con una storia che adesso andremo a decifrare. La storia è la seguente.

C’è questo malcapitato, questo individuo che incappa nei briganti. Fare quella strada da Gerusalemme a Gerico era molto pericolosa perché era una strada piena briganti, isolata, desertica, quindi sottoposta alla possibilità di imboscate, però era, diciamo, una scorciatoia per arrivare a Gerico, e comunque quest’individuo fa questa questo pellegrinaggio incappa in questi briganti non lasciano mezzo morto e se ne va ora che succede passa per quella strada passano anzi varie categorie di persone su tutte tre le categorie di persone il testo del Vangelo dice ad esempio sulla prima categoria sacerdote vide passò oltre vide quadrati il verbo vedere non vuol dire quello che noi così volgarmente crediamo vedere così non il verbo vedere nell’ordine la sua origine e nella sua radicalità vuol dire qualcosa di molto più profondo vuol dire vedere dentro vi faccio un esempio a Cana di Galilea durante uno sposalizio venne a mancare il vino chi se ne accorse nessuno solo una persona Maria solo Maria si accorse che non hanno più vino non hanno più vino nessuno se n’era accorto tutti vedevano tutti erano presenti ma nessuno si era accorto quindi il vedere implica una rata un una partecipazione all’altro infatti le prime due categorie vedono e passano oltre quindi che cosa fanno questi in verità osservano osservano un malcapitato ma non vedono il samaritano vide e ne compassione vide ed ebbe compassione alla vedete questo vedere comporta la compassione. Parte con partire partire non vuol dire mi fai compassione povero malcapitato no vuol dire che io patisco insieme a te questo vuol dire con partire allora questo samaritano è l’unico che vide ed e compassione quindi cominciamo un po’ a capire qualche cosa applichiamo già questo primo momento alla nostra vita e lo faccio proprio su con lo spunto di questi nostri amici che questa sera stanno qui con noi a celebrare il loro 25º in una coppia io vi posso assicurare che avvengono le stesse dinamiche io posso stare vicino una donna o vicino un uomo per 25 anni e non vedere e non vedere mi state capendo o no è chiaro quello che dico o non è chiaro ma adesso veloce e semplificò ulteriormente ci sono delle persone addirittura che sono morte l’estrema ratio o sono entrati in una patologia di quelle esasperate e chi gli stava vicino non si era corto di nulla eppure stava vicino eppure condivideva la stessa storia lo stesso letto lo stare insieme allora il segreto di una coppia sapete dove proprio in questo consiste nel saper vedere che cosa ha l’altro vicino a me come tra l’altro vicino a me quali sogni di Biella a reali ma i bisogni che all’altro non quelli che io voglio che lei o lui abbia è chiaro per far questo bisogna avere degli occhi penetranti in DOS le genti che guardino dentro che abbiano compassione cioè che assumi l’altra persona in sé con sé tutte queste belle cose il signore non le ha detto che esplicitamente sta dicendo tramite questa bella storiella allora io posso stare 25 50 sessant’anni insieme una persona come dicevo poc’anzi e non accorgermi del suo bisogno sapete le storie che io ho sentito in tanti anni di sacerdozio infinite infinite soprattutto di donne che si sentono sole sole abbandonate non attese non volute non valorizzate dal proprio marito interrogato il quale dice ma io non mi faccio mancare nulla lo stipendio io glielo porto a casa si ma lei non ha bisogno del tuo stipendio lei ha bisogno di bisogno delle tue attenzioni delle prime nel suo mondo ha il suo mondo non ha bisogno delle tue cose ha bisogno di te guardate che fare tutto questo comporta una scelta di vita sapete perché molto facile sposarsi e sopravvivere picchiare tirare innanzi la carretta senza essere protagonisti della propria storia voi avete avuto anche la possibilità la che la parrocchia vi ha dato di approfondire la spiritualità matrimoniale questi è stato un grande appoggio perché lì dove la coppia non riflette su se stessa rischia. Di andare avanti e basta senza accorgersi di tante dinamiche quindi la prima cosa essenziale da ricordarci io posso arrivare a celebrare il mio 25º cosciente di quello che ho fatto se nel corso di questi anni ho lavorato per fondare sempre di più la mia famiglia in Cristo questo per quanto riguarda il verbo vedere il samaritano vide e che fa si fermò si ferma non fa come tanti altri che tirano dritti guardate non c’è cosa peggiore di vedersi vicino delle persone che ti vedono e tirano dritti per la loro strada non c’è cosa peggiore di questa ti fanno anche dei grandi sorrisi dei grandi saluti ma passano inesorabilmente avanti e non si fermano in soldoni che cosa vuol dire cari signori mi devo fermare devo entrare in relazione con te devo prenderti sul serio chiunque tu sia ti devo prendere sul serio a correggermi di te e non fermarmi equivale a non vederti chiaro mi devo fermare ma ciò che diciamo continuamente che cos’è non ho tempo non ho tempo ho da fare ho tante cose da fare non posso fermarmi Che non posso entrare in relazione con te o forse non voglio se una coppia non si abitua affermarsi e a guardarsi e da approfondire ciò che sta vivendo cioè se non fa una seria analisi del proprio vissuto come andrà avanti questa famiglia rotolandosi per terra come una ruota che gira che non si ferma mai abbiamo i nostri turni abbiamo i nostri impegni ci si incontra la sera tardi stanchi e che cosa ci diamo la stanchezza l’arrabbiatura la delusione i problemi e basta questo samaritano si ferma e riflette cosa fare davanti a questo malcapitato cosa fare ecco la terza cosa da fare caricarselo sulle spalle e portarlo alla locanda allora questa terza dinamica la chiamerei la dinamica dello sporcarsi le mani se io voglio entrare in relazione con te in maniera autentica mi devo sporcare le mani cioè devo far sì che il tuo vissuto diventi il mio il tuo peso venga assunto dalle mie spalle che le tue situazioni di vita diventano le mie allora chi è il mio prossimo la domanda allora è sbagliata infatti Gesù sapete come termina questa parabola chi si fa lo prossimo acquisto malcapitato quindi il problema non è una disquisizione teoretica su chi è il mio prossimo ma chi si è fatto prossimo è una questione cioè pratica non strutturale chiamarono allora vedete ci sarebbero adesso 3000 rivoli di risposte di conclusioni da prendere ciascuno di noi per applicarli alla propria vita e domandarsi ma in verità io come cristiano lo diciamo di essere cristiani come ci relazioni amo al prossimo e oserei oserei quasi provocatoriamente dirvi il prossimo di qualsiasi colore esso sia tossico è chiara la forma provocante provocatrice io davanti al prossimo di qualsiasi natura e i sia come nemici relazionano questa è una risposta che ognuno nel segreto della propria coscienza dovrà dare a Dio non ammette però termino dicendo agli sposi voi due siete i primi prossimi che dovete incontrare i più prossimi siete voi l’altro cioè è il mio prossimo il termine prossimità vuol dire continuità possiede prossimi vedete se dei prossimi uno all’altro ma tenti la prossimità spaziale non vuol dire legame interiore perché io posso stare fisicamente vicino una persona e non essere relegata anzi odiarla immaginate immaginate voi quindi la domanda per voi come state esercitando la vostra prossimità con le caratteristiche che abbiamo or ora posto in evidenza c’è del lavoro ancora da fare mi auguro che ci sia ancora lavoro da fare che altrimenti vi annoierete no avete adesso un altro diciamo traguardo davanti a voi questo è un primo momento di stasi di fermarsi come si è fermato il samaritano e prendere di nuovo su di sé l’altro c’è l’immagine almeno una volta si faceva dello sposo che prendeva la sposa la portava su no Laura non si usa più non so si usa ancora è prendete questa immagine caricatevi come il samaritano l’uno verso l’altro per continuare a vivere le dinamiche or ora messe in evidenza e vi accorgerete che ci sono e ci saranno tanti ancora tasselli da sistemare anche perché siete chiamati a dare agli altri esempio di cosa vuol dire essere l’uno per l’altro buon samaritano sia lodato Gesù Cristo

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Domenica delle Palme

Sono passati più di duemila anni da questa vicenda, da questa narrazione, e nulla è cambiato. Nulla. Ancora oggi c’è un Giuda che tradisce il Signore. Non è solo un Giuda, ma tanti. Non c’è solo un Pietro che rinnega, ma molti Pietro che rinnegano. Non ci sono solo poche centinaia di Giudei a gridare: «sia crocifisso», ma ci sono nazioni intere che stanno rinnegando Dio e Gesù Cristo.

Poi c’è la storia personale di ciascuno di noi. Anche noi, nella nostra vicenda personale di ogni giorno, sperimentiamo questa parabola che avete sentito in questa Passione. In queste figure, possiamo benissimo rientrarci tutti. Noi siamo quel Pietro, noi siamo quel Giuda che tradiscono il Signore: lo rinnegano per trenta monete, lo vendono, se lo giocano, lo bestemmiano, lo mettono da parte, lo mettono all’ultimo posto. Davanti a questa vicenda, a questa situazione, Gesù ci vuole dare la sua ricetta. Come si fa a non rinnegare Dio? Come si fa a non tradire Dio? Lui ce l’ha insegnato attraverso il suo stile di vita. Questa mattina, ci da anche la possibilità di capire qual è stato il suo segreto per non tradire il Padre. Il suo segreto è consistito nella preghiera.

Gesù dice: « Simone, Simone, Satana vi ha cercato per vagliarvi  come il grano, ma io ho pregato per te». Guardate che Satana, non solo ci ha cercato,  ma ci ha proprio distrutto. Satana in persona. In questo momento Satana sta distruggendo la Chiesa di Cristo attraverso continui scandali, facendo cadere consacrati, consacrate, laici, addetti ai lavori, religiosi. Questo sta facendo Satana, in questo periodo senza alcun risparmio, perché l’ultimo baluardo di Cristo su questa terra, è la Chiesa. Il nemico infernale la vuole distruggere in tutti i modi. Sembra che, apparentemente, stia prevalendo contro di essa. Lo dico apparentemente perché ci sono molti strati della Chiesa, che non si vedono pubblicamente. Molte persone consacrate, invece, che  stanno tenendo duro, stanno affrontando Satana viso a viso quotidianamente. Sono proprio costoro che la stanno tenendo in piedi, questa Chiesa.

Chiaramente, anche a costoro Gesù dice, e da questo mandato: « Vegliate e pregate per non cadere in tentazione». Vegliate e pregate. Vedete, la vita di Gesù è stata tutta imperniata sul rapporto tra Lui e il Padre. Addirittura, le ultime parole che Gesù ha avuto sulla bocca, sapete quali sono state? Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito. Padre, Padre: Abbà. Gesù, ogni mattina, di buon mattino,  si alzava per andare sul monte a pregare. Guardate, se volete sapere qual è il segreto per non cadere in tentazione,  è questo: alzarsi di buon mattino e recarsi sul monte, soli a pregare. Volete voi che Gesù non abbia avuto tentazioni? Ce l’ha avute eccome: le abbiamo contemplate durante la Quaresima, lo scontro nel deserto con Satana. Ma Gesù è riuscito ad affrontare la sua Passione, proprio perché poteva contare sulla sua relazione con il Padre che non l’ha mai abbandonato. Non l’ha mai lasciato solo. Allora, Gesù ha portato a compimento un’opera che il Padre gli aveva dato da compiere: la Salvezza dell’umanità. Sostenuto, da che cosa? Qual è stato l’unico sostegno che Gesù ha avuto continuamente nella sua vita? Il Padre.

Avrebbe voluto, ve lo dico io, contare sui dodici proprio nel momento solenne della sua vita, nel Getsemani. Va da loro, e che cosa facevano? Dormivano. Nel momento del dolore, nel momento della sofferenza, nel momento in cui Egli stava grondando sangue: dove stavano i suoi amici, dove stavano i dodici? Dove stavano coloro che essi ha amato più di tutti? Li ha scelti, li ha curati, li ha amati,  ha riservato per loro i momenti più belli, aveva spiegato in segreto tutte le parabole. A voi è dato di sapere il mistero dei Regno dei Cieli, a quelli di fuori: solo in parabole. Cosa avevano fatto questi? Dormivano.

Alle volte, ancora ci cado nel constatare la disillusione, perché m’ illudo chiaramente, che uno possa intessere una relazione vera con gli uomini, ma non è così. Prima o poi, gli uomini si addormenteranno tutti perché saranno presi dai loro affari. Ognuno penserà a sé stesso, e tu ti ritroverai solo. Vi voglio regalare proprio questa esperienza, prima o poi vi troverete soli. Solo uno non mancherà mai: il Padre. « Sarete traditi dai mariti, dalle mogli, dai figli, dagli amici», lo dice Gesù nel Vangelo, « dai parenti, da tutti». L’aveva detto già durante la sua vita: si è realizzato proprio tutto questo, ma Gesù ci da l’esempio. Sappilo, che prima o poi accadrà questo. Però, Gesù ha portato a compimento l’opera della redenzione proprio perché aveva dalla sua parte il Padre che non gli ha fatto mai mancare, in nessun momento della sua esistenza, la sua presenza e il suo amore.

Nel Battesimo: « Tu sei mio figlio, in te mi sono compiaciuto». Sul tabor: « Tu sei il mio figlio amatissimo, ascoltatelo». Sulla croce: « Padre, nelle tue mani affido il mio spirito». Allora, a tutti coloro che in questo momento stanno sperimentando la disillusione dell’uomo dico:« Gettatevi nelle mani del Padre. Egli solo potrà, di nuovo, darti quell’amore che l’uomo non sa dare. Quell’amore che l’uomo ha perso». L’uomo ha perso l’amore perché si è ripiegato su se stesso e quindi, non sa più donarlo perché non ce l’ha. Non lo può dare. Nessuno può dare amore perché lo ha perso sin dalle origini. Non conosce più cos’è l’amore, per cui non gli rimane solo che dormire profumatamente. Chiediamo allo Spirito Santo che ci dia la luce, la forza, l’illuminazione di comprendere chi è il Padre per ciascuno di noi e chi siamo noi quali figli amati dall’eternità.

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Quinta Domenica di Quaresima

Con la nostra memoria, andiamo un po’ nel passato e ripensiamo idealmente a questa scena che il Vangelo ci ha fatto contemplare. Cosa andremo a ricordare? Sicuramente, andremo a ricordare gli episodi che ci interessano. Gli episodi in cui noi eravamo gli accusatori, con le pietre in mano, pronte ad essere scagliate. Davanti a noi c’era il malcapitato che aveva sbagliato, secondo noi. Ecco: ripercorrete un attimo al ritroso, nel tempo, questi flash della nostra vita. Vedrete che ne troverete tanti di questi episodi, dove ci hanno messo su un piatto d’argento la persona che è stata colpita in fragrante di adulterio. Quella persona, cioè, che ha oggettivamente sbagliato. Un bocconcino che non ci siamo fatti proprio togliere dalle nostre grinfie. Anzi, non vedevamo l’ora che si potesse presentare un simile momento. Ed è arrivato: l’abbiamo usato per scagliarci contro la persona in oggetto e lo abbiamo lapidato con le nostre pietre. Ebbene,  ci siamo sentiti soddisfatti perché se lo meritava: ha peccato, ha sbagliato, adesso paga. Quindi, ci siamo sentiti tranquillizzati, la nostra ira finalmente appagata, e poi siamo passati alla seconda vittima, poi la terza, la quarta, poi è diventata un’abitudine. Un modus agenti normale. Basta che una persona non rientri nelle nostre categorie mentali, nei nostri gusti, nelle nostre attese, che subito scatta automaticamente la pietra.

C’è un problema: questa pietra non la possiamo scagliare fisicamente perché altrimenti ci andremo per le piste. Ci denuncerebbero, inizierebbe un processo, questo comporta anche il pagamento di avvocati, e allora noi non percuotiamo con sassi. Usiamo un metodo più leggero, ma non meno potente che si chiama lingua. Vedete, la lingua non solo ha il potere di percuotere ma ha anche il potere di uccidere, sapete? Ci sono persone che, dopo trenta o quarant’anni, hanno ancora in testa quella parola, quell’offesa che si portano dentro. Per la quale serbano ancora rancore e odio, tanto che li ostacola in tutte le relazioni con le altre persone: non vivono in pace perché li ha offesi profondamente. Allora, con la lingua, cosa farò? È semplice: andrò in giro a seminare, a piene mani, tutto l’odio che trovo in corpo. Per denigrare, accusare, giudicare, quella persona che mi ha fatto del male o che ha sbagliato nei miei confronti. Allora vedete, questo è il nostro processo, e vi dirò di più: noi facciamo il processo anche alle intenzioni. Mi spiego: questa persona ha fatto così perché … 1,2,3. Per questi tre motivi, chiaro? Questo si chiama processo alle intenzioni. Di questo ne siamo esperti. Non sapevo che molti avevano il dono della sclerocardia: malattia spirituale che consiste nel leggere i cuori, leggere le intenzioni, la mente. Voi immaginate: non lo sapevo, sono venuto a saperlo. Tante persone hanno questo dono: il nostro quartiere pullula di sclercardiaci. Di gente che ti guarda e ti dice vita, morte e miracoli. Allora, questo è lo stato da dove muoversi per capire quello che è avvenuto oggi.

Oggi cosa è avvenuto? La seguente situazione. Questi signori, ci rappresentano abbondantemente. Siamo tutti noi, pronti a scagliare questo sasso, questa pietra. Il testo, riguardo a Gesù, dice   “ Nessuno ti ha condannata?”. Il testo, mi sa che è sbagliato perché andrebbe tradotto  in un’altra maniera “ Nessuno ti ha potuto condannare?”, chiaro? Perché dico questo? Perché se l’avessero potuto fare, l’avrebbero fatto abbondantemente. Di quella donna non ci sarebbe rimasta neanche la carcassa. Neanche lo scheletro sarebbe rimasto, sapete? Perché le pietre d’ Israele non sono quelle che si rompono. Sono dei macigni che quando ti arrivano addosso ti spezzano in due. Sono molto forti, indistruttibili: tanto che ci fanno le tombe. Gli ebrei usano chiudere il defunto non con i fiori, come facciamo noi. I fiorai avranno i miliardi, di sicuro. Gli ebrei sono molto più composti: mettono i sassi, chiaro? Ogni sasso rappresenta un fiore. Quindi, la situazione è la seguente. Se fosse stato possibile tirarli il gioco era fatto, ma purtroppo non è andata così.

Il testo ci dice che  gli anziani, partendo da gli anziani, voi subito direte – I vecchi sono i peggio che ci stanno: perfidi, maligni –.  No: non sono i vecchi con i capelli bianchi. Gli anziani sono una categoria, nel mondo giudaico, che fanno parte del Sinedrio. Nel Sinedrio entravano settantadue anziani. Anziano viene dal termine presbiteros, da cui presbitero. Il presbitero è il più anziano di tutta l’assemblea. Quindi, anche se qui ci fosse un novantenne, un centenario, io sarei più vecchio di lui. Non a livello cronologico, ma a livello teologico. Quindi, gli anziani di cui si parla qui, non sono i vecchi. Ma sono i rappresentanti del coro che venivano ritenuti saggi. Coloro che sapevano amministrare la Legge: la cosa pubblica. Quindi, non necessariamente vecchio. Questa categoria di anziani, e quindi i saggi: coloro che amministravano la Legge. Addirittura presiedevano il Sinedrio: la più grande carica giuridica d’Israele. Immaginate, questi conoscevano benissimo la Legge, hanno capito molto bene l’espressione di Gesù “ Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”. Ebbene, l’unico che quel giorno avrebbe potuto scagliare la pietra, era proprio Lui: Gesù Cristo. Guardate un po’, di tutta quella folla:tutti se ne vanno, l’unico che rimane è Gesù Cristo.

Sant’Agostino, commentando questa pagina, scrisse una bella espressione che dice “ et relipti sunt tuo, misera et misericordia”. Traduzione: “ e rimasero dunque soli, la misera e la misericordia”. La misera, che era quella donna, e la misericordia. La misericordia,in quel momento incarnata, era Gesù Cristo. Gesù Cristo è la misericordia che si è offerta a quella donna per risollevarsi.

Guardate, qui c’è un progetto di vita, in quell’espressione che Gesù da a questa donna. Noli peccare amplius, va e non peccare più. Guardate, qui stiamo parlando di Maria Maddalena. La peccatrice che da anni esercitava il suo ministero in Israele. Quindi, chi più di lei poteva dire – Sono una peccatrice? –. Voi immaginate: se andando a confessarvi, il sacerdote vi dicesse, prima di uscire dal confessionale – Va, e non peccare più –.  Che cosa direste voi? Come vi sentireste: bene o male? Io credo male. Direste –  Ed ora come faccio? Ero tanto abituato ai miei peccati. Qui, non c’è via di scampo –. Vedete un po’, altro che  “ chi ti ha condannato”. Perché uno dice – Che bel quadretto d’autore, no? Gesù:  con i boccoli d’oro, con gli occhi celesti, gli da un’allisciata in fronte a questa povera disgraziata – . No, no: levatevi dalla testa questa immagine infantile e stupida. Gesù le da un mandato non indifferente “ Va e non peccare più”. Detta così, suona come una condanna perpetua, se non si capisce una cosa: riprendete un po’, c’è ancora speranza. Se Gesù ha detto questo, vuol dire che è possibile. È possibile perché Gesù, in quel momento, le ha dato la grazia. Le ha dato una grazia particolare, per non peccare più. Perché se non glie l’avesse data, questa grazia, altro che pietra: l’avrebbe incenerita  in quel momento stesso.

Quindi Gesù, quando ti dice una cosa, ti da la possibilità di realizzarla. Ad un patto: che tu risponda a quella grazia. Guardate che questa donna è diventata S. Maria Maddalena. Nelle litanie che cantiamo sia a Natale, sia a Pasqua, non manca mai il suo nome. Anche nelle ordinazioni sacerdotali, diaconali, episcopali  non manca mai questa invocazione. Quindi, cosa vuol dire? Puoi essere  il peggiore peccatore di questa terra, al momento che incontri la misericordia di Dio, puoi risollevarti, puoi cambiare vita, puoi diventare un’altra creatura. Sempre se tu rispondi alla grazia. Quando stavo a Rebibbia, non come carcerato ma come cappellano, ho visto con i miei occhi, i miracoli succedere proprio grazie a quest’incontro. Dopo che hanno ricevuto l’assoluzione, non dal giudice ma dal presbitero, sono cambiati radicalmente. L’ho visto con i miei occhi, non vi dico chiacchiere.

Dio fa le cose sul serio, quando ti promette una cosa te la da. Ti da la capacità di farlo, ma ci credi? Sei convinto che alzandoti da quel confessionale, tu puoi non peccare più? Questo è il problema. Altrimenti, non ci sarebbero i santi. Agostino, Francesco non erano meglio di te o meglio di me, peggio di me, peggio di voi. Anche loro hanno fatto le loro esperienze negative, peccaminose, ma da quando hanno incontrato la misericordia sono risorti. Allora, quando incontri un tuo fratello, da oggi in poi, domandati: ma io come sto? Io che gli sto per scagliare questo taglio addosso, questa pietra, come sto?Alle volte, noi siamo peggio di coloro che stiamo condannando. Però ci permettiamo il lusso di farlo. Perché? Perché non abbiamo incontrato la misericordia. Nulla vogliamo incontrare: l’autentica misericordia.

Allora, per tirarci un po’ su, termino con una barzelletta, così vi rinfrancate un po’ le ossa. Questa barzelletta riguarda proprio questo Vangelo. Gesù dice – Chi è senza peccato scagli la prima pietra – e allora si vide staccarsi da una montagna un masso così grande. Tirato proprio. Si gira Gesù e dice – A ma’, ma stai sempre in mezzo? –. Infatti, l’unica che poteva tirargli questo sasso era  solo Maria, no? Chiaramente Maria non glie la tirato addosso.  Maria lo ha tirato per dire – L’unica – certo stiamo nella barzelletta – che possa tirare la pietra, sono io. Pur potendolo fare, non glie la tiro addosso, ma la faccio semplicemente vedere –. Allora, finché non diventiamo Maria o Gesù, anche se diventassimo Gesù o Maria, da oggi in poi, oserei parafrasare il Signore, e vi direi – Va, e non giudicare più –.

Va e non tirare più sassi al tuo fratello, ma va ed opera la misericordia e il perdono.

 

 

 

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Quarta Domenica di Quaresima

Il problema di questa parabola non è: ne il figlio che se ne va, né  quello che se ne sta a casa. Il problema è il Padre. Vediamo perché dico “problema”: sia l’uno, sia l’altro, non avevano capito nulla di questo padre. Come tu che stai qua dentro. Perché dico questo, con una certezza indiscutibile? Sia te, sia me, sia qualsiasi figlio da che siamo nati abbiamo da lamentarci, no? Ci succede una cosa strana, abbiamo un problema: di chi è la colpa? Del Padre. Qualsiasi cosa accada nella vita, state ben certi che la colpa è di Dio. Sapete quante persone incontro quotidianamente che mi dicono di aver perso la fede a causa della morte di mio nonno, mio marito, mio figlio. Mai che la colpa fosse della suocera. Fin’ora nessun caso in cui abbia sentito che qualcuno abbia perso la fede perché gli sia morta la suocera, quindi rasserenatevi. Per altre volte, si: di chi è la colpa? Di Dio.

Facevo l’esempio, nell’altra Messa, di quando ti nasce un bel figlio: di quelli prosperosi, occhi celesti, boccoli d’oro. Questa madre va in giro con il figlio dicendo – Vedi che ho fatto? Io l’ho fatto: tutto merito mio. –. Ti nasce un tetraplegico: di chi è la colpa? Di Dio. Mi pare ovvio, perché io donna faccio solo roba buona. I tetraplegici no, i mongoloidi no, quelli sono opera di Dio. Chiaro? Noi siamo bravissimi,  lievissimi, noi siamo –issimi.

Andiamo avanti con la storia. Primo figlio: chi è il primo figlio? Eccoci, siamo noi. Noi siamo coloro che non siamo usciti di casa: noi stiamo in casa. Stiamo in Chiesa, andiamo a Messa la domenica eccetera. Siamo timorati di Dio. Vediamo come si comporta il primo figlio. Sapete come si comporta? In una maniera splendida: odia il fratello cordialmente, non palesemente. – Ah questo è ritornato? Io non entro: non entrerò a condividere la gioia con questo. Ne ha fatte di tutti i colori: ecco questo tuo figlio, neanche lo riconosce come fratello, ha sperperato tutti i tuoi averi in prostitute. Tu, lo riaccogli? –.  Guardate un po’ come lui, santarello che stava sempre dentro casa, odia il fratello e odia il padre. Odia il padre: sapete perché?  – A me non hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici –. Dentro, cova rabbia nei confronti del padre: c’ha da ridire, non gli sta bene il suo operato. Lo ritiene essere rigido, duro. Eppure questo sta dentro casa: secondo le dicerie della gente è bravo. Non ha fatto mai niente di male. Si vede: odia a morte il fratello e il padre. Dite pure.

Quell’altro, che fa? Fa quello che tutti fanno. Preso dalla sua onnipotenza, prende le sue cose e va a fare i suoi porci comodi. Ci divertiamo, facciamo quello che vogliamo, non pensiamo a niente … per anni. C’è gente che dopo la Prima Comunione sparisce e si ripresenta quando è vecchio. Per qualche occasione funerea li vedi qui presenti. Allora: andiamo a vedere questo signor fratello che se ne va. Non fa nulla di male, è libero perché il padre non ti lega alle sue caviglie. Assumiti, però, le responsabilità: chiaro? Va, dov’è il problema? Ma, c’è un problema: sai qual è? Mangiare, bere, dormire, tutte queste belle cose che ci piacciono, vero? Si, diciamolo in coro. Bene, questo signor giovane ragazzo fa i suoi comodi. Però ad un certo punto si accorge che avrebbe voluto mangiare delle carrube date ai porci. Neanche quello glie le davano. Non sapeva più dove sbattere la testa.  Allora, che fa? Il testo è troppo tranquillo, dice di tornare in sé stesso. Ma che rientra in se stesso – Sai che ti dico? Lì, a casa di mio padre, i servitori mangiano e bevono: tutti stanno bene. Ora, ci provo: andrò da lui, dicendo: “ Io ho peccato contro il cielo, contro di te, non sono più degno di essere tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni”. Pianifica tutto, come aveva pianificato prima d’andarsene. “ Prenderò i miei averi, me ne  andrò alla bettola tale dove troverò una donna che piace tanto a me. Mi divertirò tantissimo con questa donna, poi Dio provvede”. Quindi, Dio ha provveduto. Questo che fa? Preso dai morsi della fame, ritorna dal padre. Risparmiatevi le lacrime. In realtà, del padre non gli interessa proprio niente. Lui fa i suoi calcoli e ritorna da questo padre solo ed esclusivamente per la fame. Chiaro o no? Non gli interessa ne del cielo, ne della terra, ne di nessuno. Infatti, lo dice: trattami come uno dei tuoi garzoni. Fino a lì c’era arrivato: non pretendo certamente di essere di nuovo tuo figlio, ma permettimi almeno di mangiare. Ecco qua, qual è il problema: mangiare. Soddisfare, cioè, i bisogni: fisici, chimici, biologici, generativi, auditivi, sensitivi. Dalla mattina alla sera non faccio altro che ricevere persone per problemi esclusivamente di natura materiale. Qui vediamo che questa parabola ha un risvolto odierno, molto forte. Quindi questo torna a casa (ripeto: non per amore al padre, non perché pensa e dice: “ Certo, l’ho fatta grossa al padre. Nonostante mi amasse tanto. Non mi sono fatto sentire, non l’ho riconosciuto come padre. Non l’ho pensato proprio”). Quanto rivedo, in questo personaggio,  tanti  di noi che ritornano al Padre esclusivamente  per questo motivo. Quindi, immaginate voi.

Adesso, però, mi dovete fare una cortesia: da oggi in poi, nella testa di ognuno di noi si deve imprimere, finalmente, chi è questo padre. Il Padre di cui noi parliamo ha queste caratteristiche:

  • È un padre che non si lega al dito quello che tu fai. Ti rispetta a tal punto di poter fare tutto e il contrario di tutto.

 

  • È colui che è sempre aperto e disponibile a te, attenti qui, è l’apice della Parola, pur sapendo che tu stai tornando a Lui con intensioni false. Immaginate un po’. Ma voi credete che non lo sappia, non legga dentro il cuore, quali sono le nostre reali verità per le quali e con le quali ritorniamo a lui? Siamo così sprovveduti da non capire questo? Volete che quel Padre non sapesse che quel figlio tornava solo per bisogno di fame? Siamo così sprovveduti da non pensarlo? Nonostante questo ( che tu stia tornando a lui per un puro bisogno materiale), Egli ti abbraccia e ti bacia. Nonostante tu faccia veramente pietà e misericordia. Mi fa venire in mente tante confessioni fatte male. Quante confessioni abbiamo fatto male, senza un vero pentimento, senza un vero dolore per quello che abbiamo fatto. Solo per scrollarsi di dosso quel peccato che ci dava fastidio. In verità, lo facevamo incoscienti che avevamo rotto quel rapporto di amore. Solo perché avevamo trasgredito uno dei comandamenti, e basta. Immaginate un po’. Quelle confessioni sono invalide: non hanno senso. È una presa in giro di Dio stesso e della sua Misericordia. Lui lo sa: lo sapeva che tu non eri veramente pentito, anche perché quel peccato lo hai fatto poco dopo la riconciliazione.

Questo è il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. È questo il Dio di Gesù Cristo. Quel Dio al quale gli hai affibbiato tutti tuoi problemi. È giunto il momento di chiedere perdono. Ognuno di noi non esca da questa celebrazione, oggi, che non abbia chiesto perdono di cuore al Padre. Per tutte quelle volte che ti ho usato, non ho creduto al tuo amore,  per essere tornato a te solo per un bisogno di scrupolosità, per paura di andare all’inferno. Questi sono i veri perdoni che dobbiamo chiedere a Dio: radicali del nostro essere, che hanno distrutto un rapporto autentico d’amore.

Stiamo nell’anno della Misericordia: ma che cos’è questa misericordia? Lo avete sentito oggi: il cuore di Dio che si apre alla tua miseria, che non ti giudica,  che non sta li a centellinare tutte le tue parole stupide, che ti accoglie così come sei. Alla luce di questo, chiediamoci:  ma io, dentro, apriamo la nostra porta ad accogliere un fratello che ha sbagliato, peccato. Un fratello che è sparito dalla circolazione e poi è tornato alla misericordia: lo abbiamo accolto così? Oppure lo abbiamo accolto dicendo – Ecco: è ritornato! Ora cosa vuole? Chi si crede di essere? – e giudizi su giudizi. Allora: ce ne abbiamo di cose da dire, sapete? Ci sarebbero infinite cose da estrarre da questa pagina, ma tiratele fuori voi. Istaurate un discorso con il Signore, non abbiate paura: ditegli tutte quelle cose che non gli avete detto fino ad adesso, con il cuore in mano finalmente. Non più con l’apparenza, non più con le fisime psicologiche, ma con la tranquillità. Niente sarcasmi: quando mi hai abbracciato quel giorno e mi hai ridato la vita. Questo dono eterno, l’abbiamo perso.

 

 

 

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Nozze di Cana

Questo segno a Cana di Galilea, per poter essere ben capito, va decodificato nei suoi elementi. Il primo elemento che prendiamo in considerazione è l’acqua che rappresenta, in questa scena evangelica,  l’Antico Testamento. Un’acqua che è destinata, come ben avete visto, a diventare vino. Gesù opera, infatti, su quest’acqua. Seconda modalità: l’acqua rappresenta l’umanità di ciascuno. Noi siamo quell’acqua. Ed anche qui, siamo un’acqua chiamata ad essere trasformata: non è fine a se stessa.

Ora cosa succede in questa scena? Maria è presente quel giorno. Per fare, che cosa? Per essere il tramite di questo miracolo. Possiamo dire che lei fa fare questo passaggio: dall’opera salvifica veterotestamentaria a quella nuova. Proprio in base alla parola che Maria dice al figlio, si da inizio ai miracoli. Maria, infatti, dice ai servi di fare quello che Gesù gli avrebbe detto loro di fare. Adesso vediamo che cosa sono chiamati a fare questi servitori. Sono chiamati a riempire d’acqua  queste giare: non devono fare altro. La prima cosa da chiarire:  sei capace  di trasformare l’acqua in vino? Sei capace di trasformare, da solo, la tua umanità in qualcosa di più grande? Sei capace di operare questo miracolo trasformativo? Assolutamente no, ma una cosa la puoi fare: obbedire a questo comando. Comincio ad aprire il varco per comprendere quanto è avvenuto. Maria pone un problema, è l’unica che si accorge, in quel giorno, di una cosa, di una mancanza. Maria, però, cosa ha detto? Non dice: « No, non c’è.» perché se avesse detto questo  avrebbe posto l’accento sul vino in quanto tale. Se voi a tavola, durante un pranzo, vedete che viene a mancare una cosa. Se voi dite che manca questo,  ponete l’accento sul vino; ma sei voi dite:«Papà, non ha più il vino» vi state rendendo conto che la gioia di mio padre viene meno  perché in quel momento viene a mancare il vino. Quindi Maria pone l’attenzione sulla persona, sulla gioia di quegli sposi e degli invitati che stavano festeggiando. Maria non è attenta solo alla materialità di una cosa, ma è attenta alla tua gioia: è attenta affinché tu sia felice. Chiaro? È l’unica, nessuno se n’era accorto.

C’è un adagio che dice – ubi oculus ivi amor –, dove c’è l’occhio c’è l’amore. Per potersi accorgere di una cosa bisogna amare. C’è gente che si è suicidata ed il coniuge o i  genitori di un ragazzo non si erano accorti di nulla. Del problema che in quel momento la persona stava passando. Guardate che può succedere questo. Quando tu sei pieno di stress, immerso nel tuo mondo, non vedi più niente. Ad un certo punto vedi che tua moglie inizia a metterti il muso, comincia a fare dei gesti un po’ più evidenti fino alla spaccatura totale. E tu non ti eri accorto di niente. Quel muso, quel mutismo voleva essere un segno per farti capire, brutta zucca che non sei altro, che c’è un problema di cui non ti eri accorto minimamente. Era un segnale per dirti che qui c’è un problema. Allora perché non ti eri accorto che stavo male? Perché non mi ami o non mi ami come io vorrei che tu mi amassi? Chiaro? Oppure te ne esci fuori dicendo: «Ti amo infinitamente». Che vuol dire questo infinito? Maria, allora è l’unica che si accorge di un problema perché ama. Qui inizia il processo: quest’acqua diventa vino. Può diventare vino perché c’è stata un’obbedienza. Quando sei diventato vino?  Nel nostro Battesimo. L’acqua indica l’umanità. L’umanità è stata  trasformata dalla Parola di Dio proprio il giorno del nostro Battesimo: dal figli di genitori terreni, siamo diventati figli di Dio mediante la potenza dello Spirito.

Fin qui siamo tutti d’accordo, ma ecco dov’è il problema che Maria oggi mette in evidenza: essi, cioè noi, non hanno più vino. Che cosa vuol dire questo? Allora, attenti bene: il vino si può perdere. Sapete? La grazia la puoi perdere. La tua identità di cristiano, la puoi perdere. Sapete quando si perde? Quando non vivi più questa dinamica che hai ricevuto il giorno del tuo battesimo. Quando non vivi più nell’obbedienza a Cristo. Guardate: solo tu puoi mettere l’acqua, ma chi la trasforma è Cristo. Ma se tu non ci metti neanche l’acqua, cioè la tua volontà, in questo processo trasformativo è chiaro che quel vino si annacquerà. Un vino annacquato è meglio che lo buttiate perché non serve a niente. Tu non sei chiamato a diventare un potpourri di roba: sei acqua o sei vino, non c’è via di mezzo. Si può trasformare l’acqua in vino: non la birra, non un cocktail. A te, questa mattina, Maria dice che non hai più vino: è vero? Domandatelo. La mia vita viene vissuta nell’entusiasmo dello Spirito? Nella mia vita, è in un continuo dinamismo vitale nello Spirito? La mia vita viene vissuta in questa apertura continua e nell’obbedienza alla Legge di Dio? Se non viene vissuta in questa maniera, tu hai perso il vino: hai perso la tua identità. Se andate in giro troverete tanta gente che ha perso il vino: ha perso il senso della vita, ha perso la ragione per cui vivere, ha perso l’obbiettivo verso cui arrivare, ha perso la propria dignità. Si è perso nei meandri oscuri del peccato: questo è il problema. Quindi, tu che eri vino buono rischi di non conservarlo buono fino alla fine. Allora: in un rapporto coniugale, sapete che cosa succede? È facile iniziare nell’entusiasmo il proprio rapporto di coppia: come in un’amicizia. C’è l’effervescenza del momento, l’effervescenza dell’attrazione, ma sapete una cosa? Tutto questo si può perdere e si perde continuamente. Guardate le coppie che si lasciano, le amicizie che tramontano, guardate i rapporti interpersonali che si logorano. Perché? Perché non si è fedeli al patto stabilito. Non si è fedeli quotidianamente a ciò che si è intrapreso, alla propria dignità di persone. Quindi, Gesù chiede a ciascuno di noi di conservare il vino buono fino alla fine. Qual è questa fine? La fine della nostra vita. Solo se conserveremo questo vino fino alla fine, potremmo godere in eterno della gioia messianica perché il vino rappresenta la gioia messianica. Noi siamo stati creati per vivere in questa dimensione di esistenza. Chi perde il vino, quindi, ha perso se stesso: ha perso la propria identità, la propria dignità. Quindi vedete, questo segno a Cana di Galilea è il segno per poterci dire: che cosa? Guardati dentro e guarda che cosa ne hai fatto della preziosità di quel vino, di quella grazia che hai ricevuto. Quali effetti sta producendo tutto questo? Sei fatto per vivere nella gioia dell’esultanza dello spirito, non nella schiavitù della carne. Ecco perché Maria oggi dice a Gesù:« Non hanno più vino». Maria si è accorta di te, si è accorta che nella tua vita manca qualcosa. Lo sai anche tu perché non sei felice. Chiediamo allora, al Signore di poter rinnovare ancora una volta questa trasformazione ma sempre dopo la nostra collaborazione. Se noi non riempiamo quelle giare, non entrerà. La Salvezza, quindi, è la sintesi tra l’uomo, l’acqua e Dio che mi trasforma in vino nuovo.

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