Quarta Domenica di Quaresima

Il problema di questa parabola non è: ne il figlio che se ne va, né  quello che se ne sta a casa. Il problema è il Padre. Vediamo perché dico “problema”: sia l’uno, sia l’altro, non avevano capito nulla di questo padre. Come tu che stai qua dentro. Perché dico questo, con una certezza indiscutibile? Sia te, sia me, sia qualsiasi figlio da che siamo nati abbiamo da lamentarci, no? Ci succede una cosa strana, abbiamo un problema: di chi è la colpa? Del Padre. Qualsiasi cosa accada nella vita, state ben certi che la colpa è di Dio. Sapete quante persone incontro quotidianamente che mi dicono di aver perso la fede a causa della morte di mio nonno, mio marito, mio figlio. Mai che la colpa fosse della suocera. Fin’ora nessun caso in cui abbia sentito che qualcuno abbia perso la fede perché gli sia morta la suocera, quindi rasserenatevi. Per altre volte, si: di chi è la colpa? Di Dio.

Facevo l’esempio, nell’altra Messa, di quando ti nasce un bel figlio: di quelli prosperosi, occhi celesti, boccoli d’oro. Questa madre va in giro con il figlio dicendo – Vedi che ho fatto? Io l’ho fatto: tutto merito mio. –. Ti nasce un tetraplegico: di chi è la colpa? Di Dio. Mi pare ovvio, perché io donna faccio solo roba buona. I tetraplegici no, i mongoloidi no, quelli sono opera di Dio. Chiaro? Noi siamo bravissimi,  lievissimi, noi siamo –issimi.

Andiamo avanti con la storia. Primo figlio: chi è il primo figlio? Eccoci, siamo noi. Noi siamo coloro che non siamo usciti di casa: noi stiamo in casa. Stiamo in Chiesa, andiamo a Messa la domenica eccetera. Siamo timorati di Dio. Vediamo come si comporta il primo figlio. Sapete come si comporta? In una maniera splendida: odia il fratello cordialmente, non palesemente. – Ah questo è ritornato? Io non entro: non entrerò a condividere la gioia con questo. Ne ha fatte di tutti i colori: ecco questo tuo figlio, neanche lo riconosce come fratello, ha sperperato tutti i tuoi averi in prostitute. Tu, lo riaccogli? –.  Guardate un po’ come lui, santarello che stava sempre dentro casa, odia il fratello e odia il padre. Odia il padre: sapete perché?  – A me non hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici –. Dentro, cova rabbia nei confronti del padre: c’ha da ridire, non gli sta bene il suo operato. Lo ritiene essere rigido, duro. Eppure questo sta dentro casa: secondo le dicerie della gente è bravo. Non ha fatto mai niente di male. Si vede: odia a morte il fratello e il padre. Dite pure.

Quell’altro, che fa? Fa quello che tutti fanno. Preso dalla sua onnipotenza, prende le sue cose e va a fare i suoi porci comodi. Ci divertiamo, facciamo quello che vogliamo, non pensiamo a niente … per anni. C’è gente che dopo la Prima Comunione sparisce e si ripresenta quando è vecchio. Per qualche occasione funerea li vedi qui presenti. Allora: andiamo a vedere questo signor fratello che se ne va. Non fa nulla di male, è libero perché il padre non ti lega alle sue caviglie. Assumiti, però, le responsabilità: chiaro? Va, dov’è il problema? Ma, c’è un problema: sai qual è? Mangiare, bere, dormire, tutte queste belle cose che ci piacciono, vero? Si, diciamolo in coro. Bene, questo signor giovane ragazzo fa i suoi comodi. Però ad un certo punto si accorge che avrebbe voluto mangiare delle carrube date ai porci. Neanche quello glie le davano. Non sapeva più dove sbattere la testa.  Allora, che fa? Il testo è troppo tranquillo, dice di tornare in sé stesso. Ma che rientra in se stesso – Sai che ti dico? Lì, a casa di mio padre, i servitori mangiano e bevono: tutti stanno bene. Ora, ci provo: andrò da lui, dicendo: “ Io ho peccato contro il cielo, contro di te, non sono più degno di essere tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni”. Pianifica tutto, come aveva pianificato prima d’andarsene. “ Prenderò i miei averi, me ne  andrò alla bettola tale dove troverò una donna che piace tanto a me. Mi divertirò tantissimo con questa donna, poi Dio provvede”. Quindi, Dio ha provveduto. Questo che fa? Preso dai morsi della fame, ritorna dal padre. Risparmiatevi le lacrime. In realtà, del padre non gli interessa proprio niente. Lui fa i suoi calcoli e ritorna da questo padre solo ed esclusivamente per la fame. Chiaro o no? Non gli interessa ne del cielo, ne della terra, ne di nessuno. Infatti, lo dice: trattami come uno dei tuoi garzoni. Fino a lì c’era arrivato: non pretendo certamente di essere di nuovo tuo figlio, ma permettimi almeno di mangiare. Ecco qua, qual è il problema: mangiare. Soddisfare, cioè, i bisogni: fisici, chimici, biologici, generativi, auditivi, sensitivi. Dalla mattina alla sera non faccio altro che ricevere persone per problemi esclusivamente di natura materiale. Qui vediamo che questa parabola ha un risvolto odierno, molto forte. Quindi questo torna a casa (ripeto: non per amore al padre, non perché pensa e dice: “ Certo, l’ho fatta grossa al padre. Nonostante mi amasse tanto. Non mi sono fatto sentire, non l’ho riconosciuto come padre. Non l’ho pensato proprio”). Quanto rivedo, in questo personaggio,  tanti  di noi che ritornano al Padre esclusivamente  per questo motivo. Quindi, immaginate voi.

Adesso, però, mi dovete fare una cortesia: da oggi in poi, nella testa di ognuno di noi si deve imprimere, finalmente, chi è questo padre. Il Padre di cui noi parliamo ha queste caratteristiche:

  • È un padre che non si lega al dito quello che tu fai. Ti rispetta a tal punto di poter fare tutto e il contrario di tutto.

 

  • È colui che è sempre aperto e disponibile a te, attenti qui, è l’apice della Parola, pur sapendo che tu stai tornando a Lui con intensioni false. Immaginate un po’. Ma voi credete che non lo sappia, non legga dentro il cuore, quali sono le nostre reali verità per le quali e con le quali ritorniamo a lui? Siamo così sprovveduti da non capire questo? Volete che quel Padre non sapesse che quel figlio tornava solo per bisogno di fame? Siamo così sprovveduti da non pensarlo? Nonostante questo ( che tu stia tornando a lui per un puro bisogno materiale), Egli ti abbraccia e ti bacia. Nonostante tu faccia veramente pietà e misericordia. Mi fa venire in mente tante confessioni fatte male. Quante confessioni abbiamo fatto male, senza un vero pentimento, senza un vero dolore per quello che abbiamo fatto. Solo per scrollarsi di dosso quel peccato che ci dava fastidio. In verità, lo facevamo incoscienti che avevamo rotto quel rapporto di amore. Solo perché avevamo trasgredito uno dei comandamenti, e basta. Immaginate un po’. Quelle confessioni sono invalide: non hanno senso. È una presa in giro di Dio stesso e della sua Misericordia. Lui lo sa: lo sapeva che tu non eri veramente pentito, anche perché quel peccato lo hai fatto poco dopo la riconciliazione.

Questo è il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. È questo il Dio di Gesù Cristo. Quel Dio al quale gli hai affibbiato tutti tuoi problemi. È giunto il momento di chiedere perdono. Ognuno di noi non esca da questa celebrazione, oggi, che non abbia chiesto perdono di cuore al Padre. Per tutte quelle volte che ti ho usato, non ho creduto al tuo amore,  per essere tornato a te solo per un bisogno di scrupolosità, per paura di andare all’inferno. Questi sono i veri perdoni che dobbiamo chiedere a Dio: radicali del nostro essere, che hanno distrutto un rapporto autentico d’amore.

Stiamo nell’anno della Misericordia: ma che cos’è questa misericordia? Lo avete sentito oggi: il cuore di Dio che si apre alla tua miseria, che non ti giudica,  che non sta li a centellinare tutte le tue parole stupide, che ti accoglie così come sei. Alla luce di questo, chiediamoci:  ma io, dentro, apriamo la nostra porta ad accogliere un fratello che ha sbagliato, peccato. Un fratello che è sparito dalla circolazione e poi è tornato alla misericordia: lo abbiamo accolto così? Oppure lo abbiamo accolto dicendo – Ecco: è ritornato! Ora cosa vuole? Chi si crede di essere? – e giudizi su giudizi. Allora: ce ne abbiamo di cose da dire, sapete? Ci sarebbero infinite cose da estrarre da questa pagina, ma tiratele fuori voi. Istaurate un discorso con il Signore, non abbiate paura: ditegli tutte quelle cose che non gli avete detto fino ad adesso, con il cuore in mano finalmente. Non più con l’apparenza, non più con le fisime psicologiche, ma con la tranquillità. Niente sarcasmi: quando mi hai abbracciato quel giorno e mi hai ridato la vita. Questo dono eterno, l’abbiamo perso.

 

 

 

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Prima Domenica di Quaresima

Iniziamo con la prima domenica di Quaresima. Queste tappe che ci portano alla Pasqua. In questa prima tappa dobbiamo fare i conti, immediatamente con colui che vuole impedirà tutto questo. Lo avete sentito più volte: il diavolo. È certo una categoria con la quale noi denominiamo questo spirito immondo. Diavolos del verbo diaballo che vuol dire dividere. Il diavolo è colui che divide. Quindi, già nella sua etimologia non c’è nulla di buono, come vedete, perché uno che divide non è certamente una persona affidabile. Perché parlo di uno? Perché ne parla il Vangelo. Se avete ben sentito, si usa il pronome personale egli. Vediamo un po’: il diavolo lo condusse in alto, mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse. Parla pure, vedete: il diavolo parla. È giusto che parla perché gli è stata data la parola. Da chi? Da Dio. Come è stata data a te, sai? Sia Satana e sia te, siete due creature di Dio: né più e né meno. Solo che Satana fa parte del regno celeste, tu fai parte del regno terrestre. Come ci sono gerarchie angeliche, così ci sono gerarchie terrestri. È tutto sistemato: non c’è niente di nuovo, strano. È tutto ben chiaro. Però, nonostante fosse così chiaro, c’è gente che anche davanti ad una lettura simile  vi dirà in maniera stupida – non esiste. –. Allora io voglio dire a queste persone, cominciando da: vescovi, sacerdoti, diaconi e semplici cristiani ( se si può dire semplici). Si deve dire laici, non semplici cristiani. Da tutta questa categoria di persone esce fuori, chiaramente non nella sua totalità, l’affermazione della sua non esistenza. Chiaramente colui che parla in questo momento, poiché ci parlo quotidianamente, vi posso riferire che egli è emotivamente molto contento. Sapete di chi? Proprio di queste categorie che vi ho menzionato adesso. Perché? Perché ci stanno lasciando campo libero. Quindi: sia la gerarchia ecclesiastica e sia la gerarchia dei laici, non credendo in lui, non lo combattono. Così va in giro per il mondo seminando morte e distruzione dappertutto.

Quindi, se già partiamo con questi preamboli, non so dove arriveremo. Però, una cosa la so: dalla mattina alla sera non faccio altro che ricevere persone che mi dicono – nella mia vita sta succedendo: questo, questo, questo e quest’altro. Io e mio marito non riusciamo a capire perché, dopo trent’anni di matrimonio, succede tutto questo – . E me lo vuoi chiedere a me? Perché lo vieni a chiedere a me? Che cosa vi fa sospettare che io possa avere la risposta? Allora devi iniziare con costoro, un lungo periodo di purificazione da tutte quelle forme di idolatria in cui si sono andati a impelagare. Quando la loro vita comincia a scappare dalle mani, devono trovare per forza il capo espiatorio. Vanno alla ricerca della causa. Allora io pregherei ai signori presenti, non distruggetevi prima! Prima di arrivare alla distruzione di una vita, pensateci per favore. Cercate di condurre la propria vita, in maniera tale che si possa arrivare a defungere in maniera un po’ più criteriata. Anche perché i mezzi ce li abbiamo. La Santa Madre Chiesa, da duemila anni, annuncia la Parola di Dio, annuncia i sacramenti, li conferisce, se serve fa anche il ministero dell’esorcista per allontanare definitivamente questo diavolo. Quindi, abbiamo tutte le carte in regola per star bene. Noi che facciamo? Siamo subito suoi, abbondantemente.

Vediamo come: innanzitutto ci tengo a precisare che mi ha detto, qualche giorno fa, un tale, che  neanche lui è riuscito a superare la tentazione di tentare Cristo. Non so se vi è chiaro il concetto. Satana dice, riferisco, alla domanda “ perché hai tentato Gesù Cristo sapendo che è Dio?” Perché? Sei così stupido?  La risposta è chiara: perché non sono riuscito a dire di no alla tentazione di tentarlo. Vi piace questa risposta? La sapevate? Non la sapevate, perché nessuno ve lo può dire. Non lo troverete scritto da nessun libro. Vi è chiaro questo concetto? Quindi: neanche lui è riuscito a dominare la tentazione. Sto parlando del tentatore per antonomasia. Vi è chiaro o no?

Quindi: se ha tentato Cristo, ma di te cosa ne farà? Sentiamo. Tu che sei una facezia: un nulla. Che cosa può fare di te? Ti rivolta come un pedalino.  – Ma io sono camionista da tanti anni, sacerdote eccetera. – e come mai nella Chiesa tutti questi scandali stanno uscendo fuori? Parliamone un po’, va: facciamoci una risata. Perché tutti questi scandali? Sentiamo: tutti tacciono, nessuno sa rispondere. Esce fuori lo scandalo: che facciamo? Lo sotterriamo. – Che non venga alla luce, mi raccomando signor Vescovo: non ne parli in modo tale che … –. Andiamo avanti così, da anni nella Chiesa. No: è ora di finirla. La corruzione che state vedendo nel mondo di oggi è niente di quella che voi vedete e sentite: voi immaginate quello che sta dietro. Lo potete immaginare, almeno quello lo potete fare: fatelo. Se vi dovessi dire cosa c’è dietro il muro, scappereste. Allora: c’è qualcosa che non va qua. Costui allora, in questo preciso momento ha come obbiettivo quello di distruggere la Chiesa: cominciando dalla gerarchia, e ci sta riuscendo. È inutile che fate – oh qui si può credere più a nessuno –, la gente stupidamente dice questo. No, no: voi non dovete credere a quelli, no a nessuno. Dovete saper scegliere a chi confidare la propria vita: non al primo imbecille che incontrate per strada.

Quindi: il tentatore fa il suo mestiere. Qual è il mestiere del tentatore? Tentare. Ma io ne posso essere esente? Io che prego tanto, faccio il rosario tutti i giorni, vado a messa la domenica? Posso stare tranquillo, signor Padre? Posso andare tranquillo a dormire? No, perché il primo che rompe le scatole è proprio sotto, sotto: chiaro? – Si, ma tu sei sempre incavolato –, grazie al cavolo. La gente mi dice – Questo è un orso, mi deve acchiappare al buio –, Quello che acchiappa me: mi deve acchiappare. Prova a scappare, poi vedi se diventi fresco come una rosa. Ci sono certi preti che sono profumati: tutti snelli, pimpanti, con il colletto fino a sopra; e tranquilli fumano, se ne vanno in giro … e chi li ammazza quelli! Sempre tranquilli, sereni: ridono bevono, scherzano. Bravi: che bravo sacerdote: affabile. Andate da quelli: poi vedrete, me lo direte!

Andiamo avanti: gustiamoci queste belle tentazioni. Prima tentazione: quand’è che ti becca il tentatore? Quando hai mangiato? No: quando hai fame. – Tra me e mia moglie, è un periodo che non ci intendiamo, c’è freddezza, quasi ci sopportiamo, non abbiamo più nulla da dirci – sapete quante storie di queste sento al giorno?  Infinite.  – quell’entusiasmo di prima non c’è più. Si, stiamo insieme però la noia, la barba, è un momento di stanca: sono stanca –.

 

Sul posto di lavoro, assumono una bella bionda. Una di quelle che a te piacciono tanto. Tu ormai che stai sui quarantacinque: hai cominciato ad invecchiare. Ti si presenta questa: profumata, boccoli fosforescenti, eccetera. Non sto qui a descrivervi la scena: la sapete, no? Che fai tu uomo? Ti vede tua moglie.  – Ma questa proprio: ormai si sta invecchiando – e Satana che fa? – Guarda un po’ chi è arrivata: che ne dici? Che ti sembra? Ci facciamo un pensierino? Tanto: provare non costa nulla. Invitala a bere un caffè, un the. Una parola tira l’altra. Una pizza, o un film. Qualcosa per intessere una relazione dialogica … In fondo me lo merito pure: lavoro tanto. I figli ormai sono grossi. Procediamo. – . Allora, tutte queste belle filastrocche che ti senti dentro: chi te le mette? Voi direte: il mio subconscio, la mia virilità, la concupiscenza della carne, il peccato originale, no? Dite, dite: sparate a più non posso. Mai che ci fosse un sospetto della sua presenza. Mai che nessuno pensi che Satana in persona mi stia istigando a che io possa avere con costei una relazione. È così! Allora, quando tu cominci a sentire  questi belli incitamenti a procedere, ad intessere questa relazione: sappi che c’è la sua firma. Perché sempre in uno dei nostri colloqui: sapete cosa ha detto ultimamente? Come si è autodefinito? Il rovina famiglie. Non vi risulta qualcuno che ha la famiglia rovinata in giro? No, vero? A nessuno risulta. Conoscete qualche famiglia che si è spezzata, divisa, si è ammazzata? No, bene: io credo di si invece. Forse anche nella tua famiglia, attualmente, ci sono queste problematiche. Ebbene sempre questo povero uomo virile, comincia il suo processo di prossimità verso questa fanciulla. Quindi la fanciulla, che si sente sola – Su è appena arrivata al lavoro, è stata inserita adesso … – per approdare ad un sistema qualificato sempre migliore, acconsente a questi primi approcci metodologici ancora così leggeri. Una strizzatina di occhio, una pacca sulle spalle, un sorriso molto accogliente, una risposta su WhatsApp. Questo processo lento e progressivo, che voi mi direte – e che c’è di male – vero o no? È una mia collega. Che c’è di male? Niente, ma proprio niente. Non è che c’è di male, già c’è il male. Volete sapere perché? Ve lo spiego subito. Se fosse tarchiata, bassa, coi brufoli, che le puzza l’alito: voi cosa avreste fatto? Li avreste fatti questi rapporti metodologici? No:  ma guarda un po’. Brutti, maledetti: perché? È brutta, bassa, tarchiata, c’ha i brufoli e le puzza l’alito. Ecco perché non fate gli splendidi: perché il vostro appetito non è sollecitato in giusta maniera. Chiaro o no? Non è perché siete fedeli alla vostra consorte, ma perché la fame che voi avete non viene saziata abbondantemente da quel pasto. Se fosse saziata quella fame, voi l’avreste divorata. Vedete, in filigrana, vi sto facendo vedere la struttura metodologica di Satana che porta poi la sua vittoria su di te.

 

Estendete questo approccio a tutte le altre casistiche e vi accorgerete, allora, qual è il suo stile. Per esempio: lo stile della gloria. A chi di noi non piacerebbe fare uno scatto di carriera? L’ha detto prima a Gesù – Senti: se tu ti prostri davanti a me, io ti darò tutti questi regni –. Sapete quante persone si sono prostrate davanti al direttore megagalattico pur di accedere alla gloria? Lo sapete quante persone si sono svendute della loro dignità per poter accedere ad una dimensione sempre più grande? Quante: quante ne conoscete? Ormai non li riconoscete più perché non vi riconoscono più. – Ma ti sei dimenticato di me: sai chi sono io? Quello con cui tu hai studiato  –

– Ah non mi ricordo. Non mi sovviene proprio …  –

 

Allora noi, quotidianamente,  siamo sottoposti a questa realtà. Guardate, ne potrei parlare per ore su questa metodologia, ma come vedete non è il caso. Però, vorrei che da questi pochi elementi cominciaste pian piano ad applicarli a ciascuno di voi e a verificare, ad esempio: qual è il tuo peccato dominante? Domandati: perché cadi sempre li? Ci sarà un motivo: lo hai elaborato? Lo hai verificato? Ti sei domandato qual è il processo che ti porta sempre a cadere in quella dimensione? Se tu non vai a vedere queste cause e le concause che ti portano a questo, tu non ne esci mai da la. Non ti puoi illudere di dire  – Va bene dai, poi il tempo mette tutto a posto –. No, no: il tempo fa peggiorare solo le cose, sapete? Le fa incancrenire. Allora, se vogliamo vivere autenticamente questa Quaresima, dobbiamo confrontarci per forza con questo personaggio. Anche perché ve lo dico già da adesso: non si staccherà mai da voi. Il suo compito è quello di tentare. Tentare di far che cosa? Di dividerci dal Padre, e perché? Perché è invidioso, geloso: sapete perché? Lui non può più tornarci tra le braccia del Padre perché la sua scelta è ormai definitiva. Ha deciso: quando vede che questo Padre ha una relazione intensa di amore con il suo Figlio, questo va in bestia. Dice – io prima di te, ce l’avevo questo rapporto con Lui. Avevo tutto dal Padre: ero il prediletto. Ora sono dannato –.  Allora fa di tutto per trascinare anche te nella sua dannazione.

Mi auguro allora che ognuno di noi possa dire con autorità – Sta scritto – non dobbiamo dire parole nostre, le nostre parole non valgono niente. Le parole di Dio sono spirito e vita. A Satana dobbiamo rispondere con la Sacra Scrittura, non con le nostre chiacchiere. Per poter far questo, però, dobbiamo viverla, conoscere, ci dobbiamo far guidare da lei e vi accorgerete che alla prima avvisaglia, potremmo rispondere anche noi – Sta scritto –.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Quinta Domenica Tempo Ordinario

Partiamo da quest’esperienza di Simone e dei suoi fratelli, che un po’ è anche l’esperienza di molti di noi: l’esperienza del fallimento. Chi non ha sperimentato questo, non può capirlo. Arriva ad un certo punto della tua vita, che devi fare i conti con il fallimento: ti giri dietro e ti accorgi che tutto quello che hai fatto non è servito a niente. Tutto lo sforzo che tu ci hai messo: l’impegno, la volontà, il tempo, la salute, che ti sei industriato a fare, ti rendi conto che è nulla. È un’esperienza, vedete, molto triste: amara. Immaginate quella mattina, Pietro cosa aveva nella sua mente. Che cosa gli passava per la mente?

Un esperto pescatore che torna a casa, dalla sua famiglia, senza nulla: senza aver pescato nulla, e dopo aver lavorato tutta la notte. Non è che dice ch’è un fannullone: Simone non è un fannullone. I suoi compagni non erano fannulloni: si erano impegnati. C’avevano messo tutto per fare questo: però, ecco qui il risultato. Quindi: stanchi, amareggiati, riassettano le reti per il giorno successivo. Però, proprio in quel momento, nella tua quotidianità, nei gesti comuni che tu fai: ecco che il Signore prende l’iniziativa di entrare nella tua barca. Nella barca di Pietro: non è lui che lo chiama, lo invita, lo cerca. Come forse, è stato nella tua vita: molti di noi non l’hanno cercato il Signore. È Lui che è venuto a cercarci, e si è fatto capire in mille modi. Allora quella mattina: Gesù mette i suoi piedi sulla barca di Simone. Ha scelto proprio quella: chissà perché? Il perché è molto chiaro: Gesù già aveva in testa quello che avrebbe fatto di questo Simone. Da pescatore di pesci a pescatore di uomini. Vedete: non è che Gesù gli stravolge la vita. Cambia, però, il contenuto della pesca: da pesci a uomini. Il pesce: da vivo diventa morto. Nel momento in cui tu lo peschi: tiri su e quello, dopo poco, muore. Non respira più. Gli uomini: li prendi morti per farli risorgere. Guardate un po’ la differenza. Il mandato che Gesù darà a Pietro successivamente, quello di essere pescatore di uomini, è proprio questo. Tu Pietro, insieme ai tuoi compagni, sarete coloro che un domani sarete costituiti per prendere, pescare uomini: dalla morte per portarli alla vita. Questo è il mandato che Pietro riceve.

Ora, però, bisogna collegare quest’esperienza di Pietro alla nostra. Allora vedete: Pietro, cos’ha fatto di male? Apparentemente nulla, come noi del resto. Ognuno di noi, sapete che fa? Esattamente quello che ha fatto Pietro. Si alza la mattina, va a lavorare, decide le sue cose, pianifica tutto quello che deve fare, progetta il proprio futuro, però che succede? Succede una cosa, così, particolare: molto spesso, ci fermiamo e costatiamo che quello che abbiamo fatto, progettato, realizzato, è destinato a perire: a finire, a dissolversi, a tramontare. Sperimentare ancora una volta l’amarezza del nulla. Allora, questa mattina il Signore ci dice una cosa –  tu, chiunque tu sia, probabilmente fino ad adesso, hai buttato la rete nel tuo nome. Secondo i tuoi progetti, secondo la tua logica, la tua cultura, la tua tradizione, quello che sei, non è che hai fatto nulla di male. Tu sei questo: hai fatto questo –. Ecco da oggi in poi, vi invito a fare una cosa: anche per te questo Vangelo si realizza. Anche nella tua vita, questa mattina Gesù entra. La barca rappresenta sia la vita, sia la Chiesa: perché li c’è Pietro e la Chiesa che  molto spesso, nell’iconografia significa la Chiesa. Quindi, Gesù entra nella tua vita e ti spinge ad andare, non più fino ad un certo punto, non più vicino alla riva, ma a largo: in pieno mare. Lontano dalla riva, cioè lontano dalle tue sicurezze: dai tuoi progetti, dai tuoi sogni, dalle tue realizzazioni. Tu fino ad adesso sei arrivato fino a due o tre metri: sei troppo statico, sei troppo ancorato alla tua vita, ai tuoi beni. Mettiti in discussione: con me, nella barca, guarda che puoi arrivare sino a largo, lontano. Non aver paura: Io sto nella tua barca, sto li con te. Non stare più ad elemosinare questi progetti, così, immediati. Non stare più li a centellinare scelte troppo statiche. Butta all’aria la tua esistenza: prendi il largo, mettiti in discussione una volta per tutte! È quello che non hai fatto fino ad adesso, è quello che non riesci a fare fino ad adesso. Ecco perché sei fallito: ecco perché hai fallito miseramente nella tua vita. Ragioni a corto, fino al tuo naso: non vai al di la del tuo naso. Il Signore ci ha creati per fare delle grandi cose: non ci ha creati per essere dei polli da cortile, ma delle aquile che volano in alto. Mettetevelo in testa. Sei chiamato per andare a largo, non per beccare il mangime nei pollai. Per questo sei stato fatto.

Allora, che cosa succede? Pietro non esita a buttarsi. Era un uomo molto intraprendente, quasi spregiudicato. Sembra ancora di vederlo, quella sera, quando Gesù stava in riva al mare, dopo la Resurrezione, e cuoceva un po’ di pesce. Pietro stava nella barca, insieme a Giovanni, lo vedono e lo riconoscono. Giovanni dice – È il Signore! –.  Pietro, che fa? Si butta in mare. Si toglie le vesti, si butta in mare e corre da Gesù. Non ci pensa due minuti. È pieno di fervore, gioia.  Esteriorizza il suo sentimento, il suo affetto anche in quella maniera. È l’uomo dell’impulsività. Ebbene: anche in quell’occasione, si comporta così – Signore non ho preso nulla questa notte, ma sulla tua Parola getterò le reti –. Ecco la chiave risolutiva per cambiare la tua vita. Sei arrivato fino ad adesso: hai fatto le tue esperienze e ti sei reso conto che sono fallimentari. Deciditi, anche tu come Pietro, di al Signore – Sulla tua Parola, da oggi in poi, io getterò la mia vita –. Non più sulla mia parola perché la mia parola, molto spesso, è fragile. Non riesco a mantenerla, non riesco ad esserne fedele, non riesco a vivere la mia parola. Faccio delle promesse: ma non le mantengo, crollo inevitabilmente. Sulla tua Parola, io voglio rigiocarmi la vita. Io la voglio mettere in discussione e, di nuovo, metterla in movimento: cosciente che con Te, non solo arriverò a largo, ma prenderò una grande quantità di pesci.

Ora c’è un altro problema, però. Il problema è questo, che purtroppo anche questo è capitato nella vita di molti di noi: credere che quella rete si riempirà al nostro savoir faire, alla nostra intraprendenza, ai nostri calcoli. – Ecco: ho progettato bene, ho pianificato molto bene. Ecco perché prendo questa grande quantità di pesce: perché io sono stato bravo nell’intraprendere quest’iniziativa –. Ecco, vedete i risultati: addirittura due barche servirono quel giorno per prendere i pesci. Guardate: questa è la tentazione più grossa che possiamo avere dal nostro nemico. Credere che quel dono è frutto delle nostre mani.

Guardate che Gesù dice a Pietro, esclusivamente una cosa – Prendi il largo e calate le reti –, non gli dice altro. Tu: niente altro devi fare. Devi obbedire ad una Parola: non devi fare altro. Chi da l’incremento, non sei tu: è Dio. Ci sono delle parabole nel Vangelo, non so: quella del seminatore. Il seminatore: cosa deve fare? Seminare: non deve fare altro. Chi fa germogliare quel seme, non è l’agricoltore. L’agricoltore non può fare più nulla, perché se non piove, non c’è sole, se dovessero esserci così tanti uccelli da mangiarsi questi semi: quel terreno, cosa potrebbe dare? quel seme che lui ha seminato, che risultato potrebbe dare? Ditemi: nessuno. Quindi, il Signore a noi: che cosa ci sta chiedendo? Semplicemente una cosa,  che non è una cosa straordinaria, impossibile, ma facciamola. Almeno quella. Gettare la rete, ma non nel nostro nome: nel suo nome. Allora si che le cose cambieranno radicalmente. Ti accorgerai che tutto quello che hai fatto fino ad adesso, tu: sulla tua parola, non è valso niente. La tua vita cambierà, nella misura in cui sarai capace di dire con onestà e con fede – Signore, sulla tua Parola getterò le reti –, e da quel momento in poi Pietro si accorse di questo grande dono. Devi ricevere il dono: il dono si riceve, non si costruisce. Sappiatelo. L’incremento del tuo lavoro: non lo danno le tue mani, lo da Dio. Quindi, non state li a dire – Questo l’ho fatto io, quello l’ho fatto io, è per merito mio che c’è questo. Grazie a me, che c’è questo –.  No: grazie a Dio, non a me. Perché se noi andiamo avanti ancora così: a crederci essere coloro i quali costituiscono le cose, danno origine alle cose, consistenza all’opera delle proprie mani, è certo che vivremo sempre sotto questo delirio. Nel delirio d’onnipotenza. Allora, che il Signore ci aiuti questa mattina a fare questo percorso: questo abbandono alle sue mani perché possa rifulgere, sempre di più, l’opera delle sue mani. L’opera creatrice delle sue mani che ci spingono ad andare sempre più in la: sempre più lontano nel suo nome.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Quarta Domenica Tempo Ordinario

Il Vangelo di questa Domenica, non fa altro che proseguire, a livello tematico, quello che è successo Domenica scorsa. Dopo aver concluso il suo discorso, ecco che oggi assistiamo alle ripercussioni di quel discorso. Il discorso dell’altra Domenica, cosa diceva? Oggi si è adempiuta questa scrittura. Chiaramente, questo desta, ha destato nei Giudei ribellione: perché questo profeta, il Messia, questo Gesù Cristo, afferma di adempiere, in se stesso, la Parola di Dio. Perché questo è un problema? Perché questa reazione così violenta, a tal punto di volerlo buttare giù dal precipizio?

È semplice. Perché il profeta, attenti: il vero profeta è scomodo. È scomodo: perché? Ci rimprovera il nostro modo di vivere. Quando comincia ad attaccare, quel che sono i nostri stili di vita che vanno contro Dio. Chiaramente, se ci dicono in faccia – Guarda che tu, proprio tu: sei un grande egoista, un grande superbo, un grande permaloso eccetera – . Quando comincia, cioè la Parola, ad attaccare sostanzialmente la nostra immagine ecco che scattano tutti quei meccanismi che conosciamo in psicologia: la chiusura, il proteggersi, la rimozione, e compagnia bella. Tutti meccanismi di autodifesa dell’io. Tiriamo tutti fuori, questi bei meccanismi, ed eleviamo un bel muro davanti al profeta. Gesù, infatti, nella sua patria non ha potuto operare niente. Lo avete sentito dal Vangelo, perché appunto c’è questo problema: i suoi compaesani si sono chiusi al suo annuncio.

Allora Gesù, tira fuori due esempi dell’Antico Testamento: il primo, legato a questa vedova in Sarepta di Sidone. Questa vedova, cosa fece in quel tempo? C’era una carestia, in Israele, che durava tre anni e sei mesi. Elia viene mandato da questa vedova ad annunciarle il Dio d’Israele: ad annunciare la salvezza. Mentre Elia era stato scacciato dalla regione, andando via esule. Dio gli dice di andare da quella vedova. Quella vedova, perché viene presa oggi come emblema? Quella vedova, sapete cosa fece? Lo accolse in casa sua: gli prepara una focaccia con quel poco di olio che le rimaneva nell’orcio, infatti sulle prime disse ad Elia – Per la vita del Signore Dio tuo, adesso preparerò una focaccia per me e una per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo –.

– Va bene: fai così – disse Elia – Però, prima di questo, prepara una focaccia per me –. Dov’è la grandezza di questa donna? Nel credere a questa parola. Infatti, Elia disse – L’orcio nell’olio, non mancherà. La farina, non verrà meno. –. Infatti mangiarono per giorni e giorni. Allora vedete: questa donna si è fidata della Parola del profeta.  Quindi, questa donna che non aveva nulla: non possedeva proprio nulla, che ormai aspettava solo la morte, è addirittura annoverata nei Vangeli. Guardate la grandezza di questa donna che ha saputo aprirsi all’annuncio del profeta.

Lo stesso è quello che capitò a Naaman il Siro. Questo era un lebbroso, era andato da tutti per farsi curare, cercava qualche modo per cavarsi dalla morte e nessuno era riuscito a guarirlo. Fin quando venne il profeta Eliseo che gli disse – Vai nel fiume e bagnati sette volte –. Anche li, ci fu un iniziale rifiuto. – Ma come: io mi devo andare a bagnare in quelle acque sporche, quando io invece ho delle piscine bellissime: di acqua fresca –.  Allora, qualcuno lo fece ragionare e disse a Naaman – Ma se ti avesse chiesto qualcosa di impossibile, l’avresti fatto? –. Lui rispose – Come posso fare qualcosa di impossibile? Però mi sarei impegnato, avrei cercato di farlo in tutti i modi –.

– Ma invece ti ha chiesto di fare una cosa molto semplice: vai a bagnarti sette volte al fiume –.

Allora, si aprì a questo annuncio: all’annuncio del profeta. Andò e fu sanato: proprio in quelle acque sporche. Qual è stato, anche li, la causa della sua guarigione? L’obbedienza alla Parola.

Sono due fatti che Gesù porta davanti al popolo d’Israele e allora capirono che cosa voleva dire. Voleva dire che, mentre queste due persone si sono aperte all’annuncio del profeta, il popolo no.  Infatti: si alzarono, lo presero e lo volevano gettare fuori dal precipizio.

Allora pensando un attimino alla nostra comunità parrocchiale, mi sono fatto una domanda: Ma non è che niente, niente anche qui stiamo nella stessa situazione? In che senso? Molti di voi: ascoltano la Parola da anni, credo, venite a Messa. Allora, vorrei fare una domanda: La vostra vita è cambiata da qualche anno a questa parte? È cambiata radicalmente? Davanti all’annuncio del profeta che Dio ha mandato a questa comunità: che tipo reazioni  si stanno vedendo? Di apertura, o di chiusura? Di accoglienza, o di alzamento di muri? Che cosa c’è? Che cosa significa? Una parrocchia di ventimila abitanti, dovrebbe essere sufficiente per contenere i fedeli. Guardatevi, e ditemi quanti ne mancano. Come mai? Qual è il problema? Non chiudiamo sempre gli occhi facendo finta di nulla, sapete? Guardate che, stiamo vivendo la stessa situazione di duemila anni fa: ne più e ne meno. Anche il profeta di oggi, che è il parroco di questa comunità, molto spesso sperimenta questa chiusura: della mente, del cuore, della vita di molte persone. Anche delle più insospettabili: perché? Il motivo è molto semplice: nessuno di noi è pronto a buttare all’aria i vecchi schemi, le vecchie tradizioni, le vecchie logiche legate a questo tipo di rapporto con Dio. Questo è il problema fondamentale di molte persone: stereotipate, rinchiuse in meccanismi di autodeterminazione eterna, di determinismo assoluto che non permettono l’apertura alla novità di Cristo e del suo profeta.

Guardate che il profeta non deve dire cose personali: mi raccomando. State molto attenti a chi vi predica cose personali. Il profeta è colui che parla al posto di Dio. Per dire, che cosa: il proprio modo di vedere? Il proprio modo di ragionare? Commentare i fatti quotidiani che avvengono di qua e di la? No: il profeta è colui che deve portare la Parola che non è sua. La deve semplicemente annunciare: non deve fare nient’altro. Ma questa parola, dovete sapere molto bene: o chiama a conversione ( realizza una conversione reale in chi ascolta), oppure: che cosa provoca? Chiusura e basta. Quindi, due modalità bisogna tener presenti. Da parte di chi ascolta, ci vuole questa precomprensione di apertura: chiaro? Perché se tu non sei aperto alla Parola, fai la fine dei Giudei che davanti alla predicazione di Gesù chiusero la porta del proprio cuore, della propria mente all’annuncio del profeta. Primo punto: es parte hominis possiamo dire. Il predicante, per essere autentico, deve avere le stesse caratteristiche del profeta Geremia. Quali sono? Il primo verbo è yadà: conoscere. Prima che tu uscissi alla luce, io ti conoscevo. Questo tipo di conoscenza che Jahvè ha del proprio profeta, dovete sapere,non è a livello: visivo, percettivo, sensitivo, uditivo; ma è a livello ontologico dell’essere. Dio conosce il profeta, cioè è Lui la radice dell’essere del profeta e solo Dio lo può conoscere. Nessun uomo, su questa terra, può conoscere l’essere del profeta. È così, cari signori: il profeta ha una relazione con l’essere di Dio a livello ontologico. Anche il profeta deve avere, con colui che lo ha conosciuto, questa relazione. Poi, c’è questa dimensione uditiva: il verbo zadac, cioè viene costituito. – Io ti ho costituito sul popolo, sulle nazioni, perché tu possa far conoscere la mia Parola. Io ti ho consacrato, cioè ti ho riservato per me: tu mi appartieni.  –. Dio quando sceglie il profeta, è perché tra Lui e il profeta ci sia questa relazione speciale: riservata. Per fare, che cosa? Per costituirlo e per poi mandarlo ad annunciare la Parola. Allora, attenti bene: se il profeta non vive questa relazione ontologica profonda con colui che lo ha chiamato e costituito, questo profeta farà dei danni irreversibili su tutta la comunità: chiaro? L’autenticazione di una comunità, la si vede da chi ha formato quella comunità. Il profeta che non annuncia la Parola di Dio, ma ne pronuncia un’altra, non forma la comunità ma la distrugge. Se un genitore, per paura di non essere gradito dal figlio: non lo richiama, non lo corregge, non lo costituisce in autenticità, non fa conoscere al figlio la verità e non lo induce a vivere nella verità; quel genitore distrugge il figlio. Lo distrugge: con questa storia di fare i padri o le madri amiche o amici, si è persa la paternità e la maternità. Si è persa proprio questa dimensione relazionale, perciò si è perso il rapporto di: correzione, pedagogica eccetera. Immaginate un po’. Quindi: sia il profeta, sia l’educante, se non annunciano una parola che ti porta a conversione autentica, ma ti lascia stare nel tuo posto così come sei, non ti induce ad un cambiamento radicale continuo, rischi di dannarti: tu che annunci e tu che ascolti. Sappiatelo. Allora, a questo punto, mi sembra alquanto logico quello che è avvenuto oggi. Che cosa è avvenuto oggi? Un Cristo che parla autenticamente, trova davanti a sé una comunità chiusa: chiusa all’annuncio della verità, della novità.

Allora, vorrei concludere con questo appello: ognuno di noi oggi, nella solitudine della propria camera, si interroghi.  – Ma io, chi sono? Davanti alla Parola di Dio che mi chiama continuamente a conversione, che tipo di meccanismi faccio scattare? Come mi relaziono? In questi anni di cammino che io sto facendo alla scuola del Cristo, quali cambiamenti posso dire d’aver fatto? Posso dire di aver vissuto, sulla mia pelle, che cosa è cambiato in me,da tanti anni a questa parte in cui io ascolto la Parola? –. Poniti questa domanda: nulla? Qualcosa? Non lo so. Ognuno sa, dentro e fuori se stesso, quello che è avvenuto. Quindi ognuno di noi si interroghi veramente, nella verità, davanti a Dio e gli dica – Signore probabilmente le tue Parole mi scivolano addosso, oppure goliardicamente potete dire: “ ancora non mi sento pronto per il cambiamento”. Signore aspetta un altro poco. Ho ancora da fare qualche cosa. Signore permetti che io seppellisca mio padre. – .

– Lascia che i morti seppelliscano i loro morti: vieni e seguimi – . È questa la logica: che lo Spirito Santo ci aiuti in questo cammino di verità.

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Terza Domenica Tempo Ordinario

Gesù inizia la sua predicazione e viene, oggi, a presentarsi a Nazareth dov’è stato per trent’anni. Ha vissuto la quotidianità, il lavoro, imparando l’obbedienza da Maria e Giuseppe. Ora è giunto per Lui il momento di predicare la Parola poiché Egli è la Parola incarnata. Ecco perché non può fare a meno di rivolgerla a noi. Questa parola viene proclamata nella sinagoga di Nazareth. Un luogo a lui ben conosciuto: era conosciuto dalla gente che rappresentava la sua quotidianità.

Però c’è un problema: Gesù fa problema perché la gente non riesce a capire come uno di loro possa essere diverso da loro. Come fa, costui ad essere così diverso da noi? Chi si crede di essere? Lo conosciamo, ne conosciamo la famiglia, è cresciuto in mezzo a noi: che cosa sono questi segni che sta facendo? Che cosa sono questi miracoli che sta operando? Cosa sono queste guarigioni? Da dove gli viene questa sapienza? Tutti interrogativi che la gente si faceva, ma non riusciva a dare una risposta perché non volevano entrare in relazione con Lui. La loro relazione non era aperta, ma chiusa dalle loro tradizioni, dalle loro leggi, tuttavia Gesù continua ed opera tutto questo: da Nazareth in poi. E come lo fa questo? Lo fa perché lo Spirito del Signore è sopra di me. L’opera salvifica è causa di tutta la Trinità. Abbiamo il Figlio, su di Lui c’è lo Spirito Santo che il Padre ha mandato.

Ora, vorrei fare una precisazione che serve soprattutto per noi: il nostro ministero della Parola, in quanto battezzati, come lo stiamo esercitando? È stata letta nella seconda lettura, questa scrittura di Paolo dove si afferma che la Chiesa è un corpo, ed in questo corpo ci sono le varie membra. Ogni membro è deputato a svolgere una particolare funzione, ma ogni membro deve esercitare questo ministero. Ci saranno gli apostoli, i profeti, i dottori, ci saranno tutti coloro che nella Chiesa svolgono una missione. Quella, innanzitutto, di testimoniare la Parola; ma c’è un problema:  Gesù in questa sinagoga dice:« Oggi si è adempiuta questa Parola che voi avete ascoltato». Allora il problema è proprio qui: noi siamo, molto spesso, che cosa? Dei buoni predicatori, ed ecco che il problema emerge: chi di noi può azzardarsi di dire al termine di una lettura di una Parola letta o di una predica fatta – Oggi si adempie in me questa parola? –.  Chi è che ha il coraggio, come qualsiasi cosa tu sia ( vescovo, prete, catechista, insegnante), dire questa parola? Qui è il problema, sapete? Noi cristiani cattolici abbiamo ridotto la Parola di Dio ad una semplice informazione. Usiamo la Parola per erudire il nostro cervello, la nostra sensibilità e basta. Siamo capaci di citarla, siamo capaci di metterla insieme: di scrutarla; ma a tutti manca questa posa in opera di essa.

Mi sto riferendo alla Parola di Dio perché qualora entrasse nel linguaggio corrente: sapete cosa avviene? Avviene quest’altro tipo di realtà: quante volte dici ad un’altra persona dei consigli, offri un’indicazione, proponi un itinerario, prometti qualche cosa, ti impegni su una parola, e poi? Puntualmente smentisci con il tuo operato. Non c’è cosa peggiore, nella vita di una persona, essere stato oggetto di un inganno basato sull’affettività. Cioè promettere ad una persona di amarla, far capire che c’è interesse nei tuoi confronti, ma poi vedere nullificato tutto questo. Guardate la parola promessa e non mantenuta cosa può provocare: la distruzione di una persona; soprattutto quando si gioca con i sentimenti. Non c’è cosa peggiore che ingannare l’altro, mediante l’uso della parola, con l’affettività. Conosco delle situazioni di persone che soffrono come cani perché lasciate su una parola, su un messaggio, abbandonate a se stesse con un semplice sguardo. Allora guardate: ognuno di noi oggi si deve interrogare. Quante delle parole che io proferisco porto a compimento? Quante ne adempio? Perché davanti a questa prospettiva, non lo so come ci mettiamo: sapete? È inutile che continuiamo a dire: « Io non ho peccato. Sono una persona onesta, equilibrata ecc.», non sei proprio niente perché di quello che dici non ne vivi una virgola, di quello che professi non ne professi una facezia. Chiaro? Allora ci sono le promesse: mi impegnerò, vedrai Signore che lo farò .. no! Oggi si è adempiuta, non domani, non ieri. Sai, facevo parte degli scout, dell’azione cattolica, facevo il ministrante da bambino. Ho capito, ma adesso uccidi le persone, c’è un po’ di differenza. Non c’è ieri, non c’è domani, c’è oggi. Oggi: hai adempiuto a questa parola? E poi potrei domandare a Gesù: chi sono questi poveri a cui tu sei stato mandato ed io sono stato mandato, ed ogni battezzato è stato mandato? Perché ognuno di noi, in forza del nostro Battesimo viene costituito: testimone, evangelizzatore della Parola.

Allora: lo spirito del Signore è sopra di me e mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri. Chi sono i poveri? Cari signori, i poveri ce li avete vicino. Non sono quelli che stanno in Africa, nelle favelas o nei sobborghi delle necropoli. I poveri, sapete chi sono oggi? Sono quelle persone che tu incontri nel tuo posto di lavoro, nel tuo condominio, o probabilmente ce l’hai anche in casa. Hanno perso il senso della vita: che nessuno ama, di cui nessuno se ne prende cura, di cui tu stesso eviti come la peste. Ebbene: questi sono i poveri. I poveri non sono gli straccioni, sono vestiti bene, profumano, hanno anche la Laurea, ma sono molto poveri, sono vuoti. Non hanno amore, non sanno amare, non sanno donarsi, non sanno condividere. Questi sono i poveri dai quali il Signore mi manda, ma per andare da costoro bisogna che sopra di me ci sia lo Spirito. Solo se ho lo Spirito di Dio io posso portare la vita ai poveri, altrimenti porterò la morte! Seminerò la morte, non la vita. Seminerò confusione, giudizio, pettegolezzo, calunnia, ottusità, arroganza, superbia, accidia, orgoglio, vanagloria, permalosità: questo semino se non ho lo Spirito su di me! Che cosa porto ai poveri? Porto me. E tu chi sei? Non sei niente: un groviglio di peccati, di contraddizioni. Vuoi essere santo e pecchi continuamente, hai ispirazioni ( chissà di quale natura: spirituali) e poi cadi nei peggiori peccati, come puoi accostare un povero? Come puoi ridare la vita ad un povero? Come puoi essere tu principio di vita, quando dentro hai la morte? Questo è il problema.

Invochiamo, in questa Eucarestia, lo Spirito del Signore perché possa scendere sulla Chiesa universale perché la possa costituire degna di questo mandato. Lo Spirito mi ha mandato a portare ai poveri il lieto messaggio, non è la mia iniziativa, non è il mio progetto da realizzare, non sono le mie aspettative che mi devono condurre. Lo Spirito del Signore: sia esso il principio e il fondamento di ogni azione della Chiesa e fuori di essa.

 

 

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Nozze di Cana

Questo segno a Cana di Galilea, per poter essere ben capito, va decodificato nei suoi elementi. Il primo elemento che prendiamo in considerazione è l’acqua che rappresenta, in questa scena evangelica,  l’Antico Testamento. Un’acqua che è destinata, come ben avete visto, a diventare vino. Gesù opera, infatti, su quest’acqua. Seconda modalità: l’acqua rappresenta l’umanità di ciascuno. Noi siamo quell’acqua. Ed anche qui, siamo un’acqua chiamata ad essere trasformata: non è fine a se stessa.

Ora cosa succede in questa scena? Maria è presente quel giorno. Per fare, che cosa? Per essere il tramite di questo miracolo. Possiamo dire che lei fa fare questo passaggio: dall’opera salvifica veterotestamentaria a quella nuova. Proprio in base alla parola che Maria dice al figlio, si da inizio ai miracoli. Maria, infatti, dice ai servi di fare quello che Gesù gli avrebbe detto loro di fare. Adesso vediamo che cosa sono chiamati a fare questi servitori. Sono chiamati a riempire d’acqua  queste giare: non devono fare altro. La prima cosa da chiarire:  sei capace  di trasformare l’acqua in vino? Sei capace di trasformare, da solo, la tua umanità in qualcosa di più grande? Sei capace di operare questo miracolo trasformativo? Assolutamente no, ma una cosa la puoi fare: obbedire a questo comando. Comincio ad aprire il varco per comprendere quanto è avvenuto. Maria pone un problema, è l’unica che si accorge, in quel giorno, di una cosa, di una mancanza. Maria, però, cosa ha detto? Non dice: « No, non c’è.» perché se avesse detto questo  avrebbe posto l’accento sul vino in quanto tale. Se voi a tavola, durante un pranzo, vedete che viene a mancare una cosa. Se voi dite che manca questo,  ponete l’accento sul vino; ma sei voi dite:«Papà, non ha più il vino» vi state rendendo conto che la gioia di mio padre viene meno  perché in quel momento viene a mancare il vino. Quindi Maria pone l’attenzione sulla persona, sulla gioia di quegli sposi e degli invitati che stavano festeggiando. Maria non è attenta solo alla materialità di una cosa, ma è attenta alla tua gioia: è attenta affinché tu sia felice. Chiaro? È l’unica, nessuno se n’era accorto.

C’è un adagio che dice – ubi oculus ivi amor –, dove c’è l’occhio c’è l’amore. Per potersi accorgere di una cosa bisogna amare. C’è gente che si è suicidata ed il coniuge o i  genitori di un ragazzo non si erano accorti di nulla. Del problema che in quel momento la persona stava passando. Guardate che può succedere questo. Quando tu sei pieno di stress, immerso nel tuo mondo, non vedi più niente. Ad un certo punto vedi che tua moglie inizia a metterti il muso, comincia a fare dei gesti un po’ più evidenti fino alla spaccatura totale. E tu non ti eri accorto di niente. Quel muso, quel mutismo voleva essere un segno per farti capire, brutta zucca che non sei altro, che c’è un problema di cui non ti eri accorto minimamente. Era un segnale per dirti che qui c’è un problema. Allora perché non ti eri accorto che stavo male? Perché non mi ami o non mi ami come io vorrei che tu mi amassi? Chiaro? Oppure te ne esci fuori dicendo: «Ti amo infinitamente». Che vuol dire questo infinito? Maria, allora è l’unica che si accorge di un problema perché ama. Qui inizia il processo: quest’acqua diventa vino. Può diventare vino perché c’è stata un’obbedienza. Quando sei diventato vino?  Nel nostro Battesimo. L’acqua indica l’umanità. L’umanità è stata  trasformata dalla Parola di Dio proprio il giorno del nostro Battesimo: dal figli di genitori terreni, siamo diventati figli di Dio mediante la potenza dello Spirito.

Fin qui siamo tutti d’accordo, ma ecco dov’è il problema che Maria oggi mette in evidenza: essi, cioè noi, non hanno più vino. Che cosa vuol dire questo? Allora, attenti bene: il vino si può perdere. Sapete? La grazia la puoi perdere. La tua identità di cristiano, la puoi perdere. Sapete quando si perde? Quando non vivi più questa dinamica che hai ricevuto il giorno del tuo battesimo. Quando non vivi più nell’obbedienza a Cristo. Guardate: solo tu puoi mettere l’acqua, ma chi la trasforma è Cristo. Ma se tu non ci metti neanche l’acqua, cioè la tua volontà, in questo processo trasformativo è chiaro che quel vino si annacquerà. Un vino annacquato è meglio che lo buttiate perché non serve a niente. Tu non sei chiamato a diventare un potpourri di roba: sei acqua o sei vino, non c’è via di mezzo. Si può trasformare l’acqua in vino: non la birra, non un cocktail. A te, questa mattina, Maria dice che non hai più vino: è vero? Domandatelo. La mia vita viene vissuta nell’entusiasmo dello Spirito? Nella mia vita, è in un continuo dinamismo vitale nello Spirito? La mia vita viene vissuta in questa apertura continua e nell’obbedienza alla Legge di Dio? Se non viene vissuta in questa maniera, tu hai perso il vino: hai perso la tua identità. Se andate in giro troverete tanta gente che ha perso il vino: ha perso il senso della vita, ha perso la ragione per cui vivere, ha perso l’obbiettivo verso cui arrivare, ha perso la propria dignità. Si è perso nei meandri oscuri del peccato: questo è il problema. Quindi, tu che eri vino buono rischi di non conservarlo buono fino alla fine. Allora: in un rapporto coniugale, sapete che cosa succede? È facile iniziare nell’entusiasmo il proprio rapporto di coppia: come in un’amicizia. C’è l’effervescenza del momento, l’effervescenza dell’attrazione, ma sapete una cosa? Tutto questo si può perdere e si perde continuamente. Guardate le coppie che si lasciano, le amicizie che tramontano, guardate i rapporti interpersonali che si logorano. Perché? Perché non si è fedeli al patto stabilito. Non si è fedeli quotidianamente a ciò che si è intrapreso, alla propria dignità di persone. Quindi, Gesù chiede a ciascuno di noi di conservare il vino buono fino alla fine. Qual è questa fine? La fine della nostra vita. Solo se conserveremo questo vino fino alla fine, potremmo godere in eterno della gioia messianica perché il vino rappresenta la gioia messianica. Noi siamo stati creati per vivere in questa dimensione di esistenza. Chi perde il vino, quindi, ha perso se stesso: ha perso la propria identità, la propria dignità. Quindi vedete, questo segno a Cana di Galilea è il segno per poterci dire: che cosa? Guardati dentro e guarda che cosa ne hai fatto della preziosità di quel vino, di quella grazia che hai ricevuto. Quali effetti sta producendo tutto questo? Sei fatto per vivere nella gioia dell’esultanza dello spirito, non nella schiavitù della carne. Ecco perché Maria oggi dice a Gesù:« Non hanno più vino». Maria si è accorta di te, si è accorta che nella tua vita manca qualcosa. Lo sai anche tu perché non sei felice. Chiediamo allora, al Signore di poter rinnovare ancora una volta questa trasformazione ma sempre dopo la nostra collaborazione. Se noi non riempiamo quelle giare, non entrerà. La Salvezza, quindi, è la sintesi tra l’uomo, l’acqua e Dio che mi trasforma in vino nuovo.

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Battesimo del Signore

Il Battesimo di Gesù: perché viene amministrato a noi? Che cosa ha significato per Lui il Battesimo? Ha significato l’inizio del suo ministero pubblico. Da questo momento in poi c’è l’investitura messianica di Gesù. Dopo i trent’anni trascorsi a Nazareth, nel nascondimento, nella preparazione e nell’ obbedienza a Maria e Giuseppe, oggi Gesù è pronto per essere mandato dal Padre nel mondo per farlo conoscere. Infatti proprio il Padre è protagonista di questo Battesimo. Vediamo, da dove bisogna prendere le mosse.

Gesù vede aprirsi i celi: perché questi cieli si aprono? Se si aprono, vuol dire che erano stati chiusi. Da quand’è che i cieli si chiusero? Si chiusero con il peccato di Adamo. Chiusura dei cieli, vuol dire la non relazionalità tra Dio e l’uomo. Anche perché, il termine cieli non indica la volta celeste, ma indicano la sede di Dio. Il luogo in cui Dio ha l’accesso: risiede. Quindi, i cieli si chiusero perché l’uomo con la sua disobbedienza interrompe questa relazione con il Padre.  Da quel momento in poi, così rimasero. Tra Dio e l’uomo non c’era relazionalità, o meglio ancora: non c’era una piena relazionalità.  C’era perché Dio aveva ripreso ad offrire all’uomo la sua Alleanza: attraverso i profeti, i patriarchi eccetera. Ma, essi non potevano certo conferire la Salvezza: questi personaggi. Era necessario che il Figlio venisse qui su questa terra, perché nel momento in cui Gesù Cristo s’incarna inizia il processo di riapertura di questa relazione. Una volta che questo cielo si riapre: cosa avviene? Avviene che sul capo di Gesù si posa una colomba. Altro segno: c’è un rabbino che nel I secolo d.C., commentando la Genesi – 1,2 – dice, riguardo allo spirito che aleggiava sulle acque, quindi questo Spirito di Dio che è presente già dalla creazione, è indice della Salvezza che sarebbe poi avvenuta nel successivo tempo. Ora vedete, questo spirito in forma di colomba si posa su Gesù. Quindi, come era presente alle origini: Gesù cosa sta facendo questa mattina nel Giordano? Sta facendo una nuova creazione perché questo spirito viene portato su di Lui. La colomba, dovete sapere – dice il rabbino V. Zoma – è appunto: la significazione, la esteriorizzazione dello Spirito che trova in Cristo il suo nido. Come la colomba che va a posarsi sul nido per proteggerlo, per farlo sviluppare, così questa colomba si posa su Gesù perché è lui il luogo su cui la vita riprende ad essere, quella vita ch’è stata distrutta da Adamo, viene riaperta, viene ridata a noi da Gesù Cristo mediante lo Spirito. Quindi, ecco che trova in Gesù la piena accoglienza, il luogo privilegiato dove potersi fermare.

A questo punto, una volta che è stato ristabilito il contatto tra Dio e l’uomo c’è questa espressione del Padre. Direi che è un’espressione fondante per Gesù di tutto il suo ministero pubblico: dall’inizio alla fine. La prima cosa che terrei a dirvi, cari signori, è proprio questa: magari io avessi avuto un padre così. Mi rivolgo ai padri, e con loro alle madri, perché non facciano anch’essi ed anch’esse lo stesso errore che consiste nel non dire al proprio figlio quello che Dio Padre ha detto al suo Figlio oggi. Cosa dice il Padre al proprio Figlio? – Tu sei il mio figlio,  l’amatissimo: in te mi sono compiaciuto –. Guardate: io non so quanti padri hanno il coraggio di dirlo ai figli questa espressione. Ma una cosa è certa: il non aver sentito dirsi questa espressione, per molti ragazzi e ragazze, è stato per loro, motivo di gravi mancanze affettive, gravi mancanze di successivo equilibrio e stima di sé. Guardate, si fa presto a dire ad un figlio: qui hai sbagliato, qui non capisci niente, sei sempre il solito stupido, tu non sei capace di fare nulla: sei il solito fannullone, con te non ci si può ragionare … una filastrocca continua di negatività. Ci fosse una volta che ti sentissi dire da tuo padre: io ti amo infinitamente, tu sei la luce dei miei occhi, tu sei la cosa più bella al mondo che io ho. Avete il coraggio di dirlo? Avete la capacità di amare e di dirlo: e di esternarlo? No: assolutamente! Il Padre di Gesù Cristo, invece, glielo dice in faccia – Io ti amo infinitamente –. E non potete sapere cosa provoca questo in chi ascolta un’espressione simile. Ma ve lo dimostro proprio con la risposta che Gesù Cristo ha dato al Padre. Da quel momento in poi, per Gesù inizierà il suo ministero pubblico. Non fa altro che dire per il Padre: guariva gli ammalati, risusciterà persone, morirà di fame e di stenti, sarà umiliato: disprezzato, calunniato. Ma Lui, è rimasto sempre unito al Padre. Prima di morire, alcuni giorni prima disse – Padre: non sia fatta la mia volontà, ma la tua. Se è possibile allontana da me questo calice, tuttavia non come voglio io ma come vuoi tu –. Vi rendete conto: si o no? Andatevi a leggere i Vangeli per cortesia! Guardate che tipo di relazione ha intessuto Gesù con il Padre: dalla mattina alla sera. Nulla faceva se non in comunione con Lui. Nulla voleva che non facesse piacere al Padre. Quindi: le ultime parole che ha avuto sulla sua bocca – Padre: nelle tue mani consegno il mio spirito –. Nelle tue mani. Guardate: chi non ha un rapporto con il Padre così, non ha capito nulla di Dio. Chi non ha un rapporto di amore sconfinato con Dio Padre: non ha capito niente di Dio! Chi sente questo giudizio spietato su di sé da parte di Dio, vuol dire che non sa neanche dove sta di casa. Fatevelo spiegare dal Figlio!

Il Battesimo: che cos’è?  È proprio questo: il Padre è venuto per dirci –  Guardate chi sono io e chi è mio Figlio, e qual è l’amore che intercorre tra me e lui! Che è lo Spirito –. Se non capiamo questo ridurremo il battesimo, a che cosa? ad un rito e basta. È nato: bisogna battezzarlo. Perché? Che ci creda o no, che viva o meno una vita cristiana, non mi interessa: lo voglio battezzare. Questo è quello che oggi il mondo ci propone.Il non sapere neanche perché si chiede il Battesimo alla Chiesa, non si sa. Comunque gli farà bene. È qualcosa che lo protegge dai blocchi,dalle intemperie, dagli incidenti stradali ecc., chiaro?

Io vi ho parlato di cos’è stato il Battesimo per Gesù, e noi come rispondiamo? In quest’altra maniera. Se la madre Chiesa ci chiede una maggiore consapevolezza esortandoci a prepararci, domandate ai miei collaboratori le risposte che diranno i genitori: non ho tempo, si danno degli appuntamenti e non vengono, neanche ti avvisano, vengono sbuffando. Questa è  la fenomenologia che troverete. Allora credo che ognuno di noi, oggi, debba seriamente chiedersi – Ma io cosa ho ricevuto: un sacramento o un rito magico? Essere cristiani: che cosa vuol dire essere battezzati? Secondo voi, si diventa cristiani con il Battesimo? Chiaramente vi hanno detto di si. Tutti ve lo hanno detto: anche i preti. Ebbene: da oggi in poi annullate questa diceria perché non è vero. Tu diventi cristiano non perché hai ricevuto un po’ di acqua sulla tua zucca, ma perché vivi il dinamismo evangelico e lo testimoni ogni giorno. È chiaro, o non è chiaro? Questo è il cristiano. Essere cristiano significa essere di Cristo, ed io non divento di Cristo solo con un po’ d’acqua sulla testa. Lo divento dopo che io ho fatto un serio cammino di fede, di esercizio delle virtù teologali, eccetera. Quando vivo i comandamenti – la Legge di Dio. Ormai viviamo in un contesto sociale non cristiano: non stiamo nel Cristianesimo oggi. Siamo nella stessa condizione di Paolo a Corinto, dove sbarcavano tutte le religioni: le depravazioni. Dire, infatti, donna corinzia equivaleva a pensare donna di strada. Siccome stiamo in un periodo socio-culturale identico è bene che io creda di non dare nulla per scontato. Per quanto mi riguarda, quindi: io non predico che il Battesimo ti fa diventare cristiano. Io predico che ti fa diventare cristiano la coerenza a Cristo: quindi cristiano ci diventi al termine della tua vita.

Mi ci sono trovato ad essere cristiano? Finché non sono stato io a prendere sul serio Gesù Cristo: sapete dove ero cristiano? Sui registri di Battesimo. Andate negli uffici parrocchiali di tutto il mondo e cominciate a scartabellare questi registri. Ma poi mi dovete dare una risposta: dove stanno tutti questi nomi? Andiamo un po’ in giro: ti do nome e cognome, ma dov’è? Sta a Roma Est a fare gli ultimi regali eccetera, ma non venisse poi a dirmi di essere cristiano. Tu sei un semplice battezzato: non sei altro. Con questo, cosa vuoi: il pranzo? Il regalo: gli album, i fiori – cosa vuoi? La catenina d’oro: quale zia gliela fa? Mi ci metto pure io, si. Io ce l’ho con te perché non mi hai invitato al battesimo di tuo nipote, pronipote eccetera. Ma di che parliamo! Quindi, se dovessi inoltrarmi nella fenomenologia battesimale farei notte. Vi lascio, allora a questo ufficio pietoso e chiedo a Dio di poter far si che ognuno di noi, almeno una volta possa sperimentare su di sé quell’amore del Padre, quella compiacenza che il Padre ha avuto, di me e di te, il giorno del nostro Battesimo. Guardate: anche nel giorno del tuo Battesimo, il Padre ci ha detto la stessa cosa – Tu sei il mio figlio amatissimo – , ma nessuno ce  l’ha detto. Nessuno ci ha detto che il Padre si compiace di noi. Anche se tuo padre non te l’ha detto mai, te lo dico io: oggi. Ma ora sono vecchio, è troppo tardi per ricevere questo annuncio: no. Puoi rinascere dal basso. Ebbene: apriamoci a questo annuncio. Dio si compiace di te. Da oggi in poi, cerca di rispondergli con il tuo amore. Chi è stato oggetto di amore vuole riamare. L’unico modo per riamare chi ti ama: che fai? Lo imiti facendo quello che a Lui piace. Ti piace questo papà: che io venga la domenica a Messa? Si? Vado a Messa per dirti ti amo, non per timbrare il cartellino. Noi cosa facciamo? 3×2. Dunque: se vado alla prefestiva mi becco pure quella del primo e del due ch’è domenica. Mi  vado a scervellare per cercare di prenderne due con una fava sola. Non facciamo ridere i polli? Non ci facciamo schifo da soli nel vederci allo specchio? Sto dicendo cose assurde? Non mi sembra … Allora apriamoci a questo amore e rispondiamo con amore: l’amore di Gesù Cristo.

 

 

 

 

 

 

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