Quarta Domenica Tempo Ordinario

Il Vangelo di questa Domenica, non fa altro che proseguire, a livello tematico, quello che è successo Domenica scorsa. Dopo aver concluso il suo discorso, ecco che oggi assistiamo alle ripercussioni di quel discorso. Il discorso dell’altra Domenica, cosa diceva? Oggi si è adempiuta questa scrittura. Chiaramente, questo desta, ha destato nei Giudei ribellione: perché questo profeta, il Messia, questo Gesù Cristo, afferma di adempiere, in se stesso, la Parola di Dio. Perché questo è un problema? Perché questa reazione così violenta, a tal punto di volerlo buttare giù dal precipizio?

È semplice. Perché il profeta, attenti: il vero profeta è scomodo. È scomodo: perché? Ci rimprovera il nostro modo di vivere. Quando comincia ad attaccare, quel che sono i nostri stili di vita che vanno contro Dio. Chiaramente, se ci dicono in faccia – Guarda che tu, proprio tu: sei un grande egoista, un grande superbo, un grande permaloso eccetera – . Quando comincia, cioè la Parola, ad attaccare sostanzialmente la nostra immagine ecco che scattano tutti quei meccanismi che conosciamo in psicologia: la chiusura, il proteggersi, la rimozione, e compagnia bella. Tutti meccanismi di autodifesa dell’io. Tiriamo tutti fuori, questi bei meccanismi, ed eleviamo un bel muro davanti al profeta. Gesù, infatti, nella sua patria non ha potuto operare niente. Lo avete sentito dal Vangelo, perché appunto c’è questo problema: i suoi compaesani si sono chiusi al suo annuncio.

Allora Gesù, tira fuori due esempi dell’Antico Testamento: il primo, legato a questa vedova in Sarepta di Sidone. Questa vedova, cosa fece in quel tempo? C’era una carestia, in Israele, che durava tre anni e sei mesi. Elia viene mandato da questa vedova ad annunciarle il Dio d’Israele: ad annunciare la salvezza. Mentre Elia era stato scacciato dalla regione, andando via esule. Dio gli dice di andare da quella vedova. Quella vedova, perché viene presa oggi come emblema? Quella vedova, sapete cosa fece? Lo accolse in casa sua: gli prepara una focaccia con quel poco di olio che le rimaneva nell’orcio, infatti sulle prime disse ad Elia – Per la vita del Signore Dio tuo, adesso preparerò una focaccia per me e una per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo –.

– Va bene: fai così – disse Elia – Però, prima di questo, prepara una focaccia per me –. Dov’è la grandezza di questa donna? Nel credere a questa parola. Infatti, Elia disse – L’orcio nell’olio, non mancherà. La farina, non verrà meno. –. Infatti mangiarono per giorni e giorni. Allora vedete: questa donna si è fidata della Parola del profeta.  Quindi, questa donna che non aveva nulla: non possedeva proprio nulla, che ormai aspettava solo la morte, è addirittura annoverata nei Vangeli. Guardate la grandezza di questa donna che ha saputo aprirsi all’annuncio del profeta.

Lo stesso è quello che capitò a Naaman il Siro. Questo era un lebbroso, era andato da tutti per farsi curare, cercava qualche modo per cavarsi dalla morte e nessuno era riuscito a guarirlo. Fin quando venne il profeta Eliseo che gli disse – Vai nel fiume e bagnati sette volte –. Anche li, ci fu un iniziale rifiuto. – Ma come: io mi devo andare a bagnare in quelle acque sporche, quando io invece ho delle piscine bellissime: di acqua fresca –.  Allora, qualcuno lo fece ragionare e disse a Naaman – Ma se ti avesse chiesto qualcosa di impossibile, l’avresti fatto? –. Lui rispose – Come posso fare qualcosa di impossibile? Però mi sarei impegnato, avrei cercato di farlo in tutti i modi –.

– Ma invece ti ha chiesto di fare una cosa molto semplice: vai a bagnarti sette volte al fiume –.

Allora, si aprì a questo annuncio: all’annuncio del profeta. Andò e fu sanato: proprio in quelle acque sporche. Qual è stato, anche li, la causa della sua guarigione? L’obbedienza alla Parola.

Sono due fatti che Gesù porta davanti al popolo d’Israele e allora capirono che cosa voleva dire. Voleva dire che, mentre queste due persone si sono aperte all’annuncio del profeta, il popolo no.  Infatti: si alzarono, lo presero e lo volevano gettare fuori dal precipizio.

Allora pensando un attimino alla nostra comunità parrocchiale, mi sono fatto una domanda: Ma non è che niente, niente anche qui stiamo nella stessa situazione? In che senso? Molti di voi: ascoltano la Parola da anni, credo, venite a Messa. Allora, vorrei fare una domanda: La vostra vita è cambiata da qualche anno a questa parte? È cambiata radicalmente? Davanti all’annuncio del profeta che Dio ha mandato a questa comunità: che tipo reazioni  si stanno vedendo? Di apertura, o di chiusura? Di accoglienza, o di alzamento di muri? Che cosa c’è? Che cosa significa? Una parrocchia di ventimila abitanti, dovrebbe essere sufficiente per contenere i fedeli. Guardatevi, e ditemi quanti ne mancano. Come mai? Qual è il problema? Non chiudiamo sempre gli occhi facendo finta di nulla, sapete? Guardate che, stiamo vivendo la stessa situazione di duemila anni fa: ne più e ne meno. Anche il profeta di oggi, che è il parroco di questa comunità, molto spesso sperimenta questa chiusura: della mente, del cuore, della vita di molte persone. Anche delle più insospettabili: perché? Il motivo è molto semplice: nessuno di noi è pronto a buttare all’aria i vecchi schemi, le vecchie tradizioni, le vecchie logiche legate a questo tipo di rapporto con Dio. Questo è il problema fondamentale di molte persone: stereotipate, rinchiuse in meccanismi di autodeterminazione eterna, di determinismo assoluto che non permettono l’apertura alla novità di Cristo e del suo profeta.

Guardate che il profeta non deve dire cose personali: mi raccomando. State molto attenti a chi vi predica cose personali. Il profeta è colui che parla al posto di Dio. Per dire, che cosa: il proprio modo di vedere? Il proprio modo di ragionare? Commentare i fatti quotidiani che avvengono di qua e di la? No: il profeta è colui che deve portare la Parola che non è sua. La deve semplicemente annunciare: non deve fare nient’altro. Ma questa parola, dovete sapere molto bene: o chiama a conversione ( realizza una conversione reale in chi ascolta), oppure: che cosa provoca? Chiusura e basta. Quindi, due modalità bisogna tener presenti. Da parte di chi ascolta, ci vuole questa precomprensione di apertura: chiaro? Perché se tu non sei aperto alla Parola, fai la fine dei Giudei che davanti alla predicazione di Gesù chiusero la porta del proprio cuore, della propria mente all’annuncio del profeta. Primo punto: es parte hominis possiamo dire. Il predicante, per essere autentico, deve avere le stesse caratteristiche del profeta Geremia. Quali sono? Il primo verbo è yadà: conoscere. Prima che tu uscissi alla luce, io ti conoscevo. Questo tipo di conoscenza che Jahvè ha del proprio profeta, dovete sapere,non è a livello: visivo, percettivo, sensitivo, uditivo; ma è a livello ontologico dell’essere. Dio conosce il profeta, cioè è Lui la radice dell’essere del profeta e solo Dio lo può conoscere. Nessun uomo, su questa terra, può conoscere l’essere del profeta. È così, cari signori: il profeta ha una relazione con l’essere di Dio a livello ontologico. Anche il profeta deve avere, con colui che lo ha conosciuto, questa relazione. Poi, c’è questa dimensione uditiva: il verbo zadac, cioè viene costituito. – Io ti ho costituito sul popolo, sulle nazioni, perché tu possa far conoscere la mia Parola. Io ti ho consacrato, cioè ti ho riservato per me: tu mi appartieni.  –. Dio quando sceglie il profeta, è perché tra Lui e il profeta ci sia questa relazione speciale: riservata. Per fare, che cosa? Per costituirlo e per poi mandarlo ad annunciare la Parola. Allora, attenti bene: se il profeta non vive questa relazione ontologica profonda con colui che lo ha chiamato e costituito, questo profeta farà dei danni irreversibili su tutta la comunità: chiaro? L’autenticazione di una comunità, la si vede da chi ha formato quella comunità. Il profeta che non annuncia la Parola di Dio, ma ne pronuncia un’altra, non forma la comunità ma la distrugge. Se un genitore, per paura di non essere gradito dal figlio: non lo richiama, non lo corregge, non lo costituisce in autenticità, non fa conoscere al figlio la verità e non lo induce a vivere nella verità; quel genitore distrugge il figlio. Lo distrugge: con questa storia di fare i padri o le madri amiche o amici, si è persa la paternità e la maternità. Si è persa proprio questa dimensione relazionale, perciò si è perso il rapporto di: correzione, pedagogica eccetera. Immaginate un po’. Quindi: sia il profeta, sia l’educante, se non annunciano una parola che ti porta a conversione autentica, ma ti lascia stare nel tuo posto così come sei, non ti induce ad un cambiamento radicale continuo, rischi di dannarti: tu che annunci e tu che ascolti. Sappiatelo. Allora, a questo punto, mi sembra alquanto logico quello che è avvenuto oggi. Che cosa è avvenuto oggi? Un Cristo che parla autenticamente, trova davanti a sé una comunità chiusa: chiusa all’annuncio della verità, della novità.

Allora, vorrei concludere con questo appello: ognuno di noi oggi, nella solitudine della propria camera, si interroghi.  – Ma io, chi sono? Davanti alla Parola di Dio che mi chiama continuamente a conversione, che tipo di meccanismi faccio scattare? Come mi relaziono? In questi anni di cammino che io sto facendo alla scuola del Cristo, quali cambiamenti posso dire d’aver fatto? Posso dire di aver vissuto, sulla mia pelle, che cosa è cambiato in me,da tanti anni a questa parte in cui io ascolto la Parola? –. Poniti questa domanda: nulla? Qualcosa? Non lo so. Ognuno sa, dentro e fuori se stesso, quello che è avvenuto. Quindi ognuno di noi si interroghi veramente, nella verità, davanti a Dio e gli dica – Signore probabilmente le tue Parole mi scivolano addosso, oppure goliardicamente potete dire: “ ancora non mi sento pronto per il cambiamento”. Signore aspetta un altro poco. Ho ancora da fare qualche cosa. Signore permetti che io seppellisca mio padre. – .

– Lascia che i morti seppelliscano i loro morti: vieni e seguimi – . È questa la logica: che lo Spirito Santo ci aiuti in questo cammino di verità.

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Terza Domenica Tempo Ordinario

Gesù inizia la sua predicazione e viene, oggi, a presentarsi a Nazareth dov’è stato per trent’anni. Ha vissuto la quotidianità, il lavoro, imparando l’obbedienza da Maria e Giuseppe. Ora è giunto per Lui il momento di predicare la Parola poiché Egli è la Parola incarnata. Ecco perché non può fare a meno di rivolgerla a noi. Questa parola viene proclamata nella sinagoga di Nazareth. Un luogo a lui ben conosciuto: era conosciuto dalla gente che rappresentava la sua quotidianità.

Però c’è un problema: Gesù fa problema perché la gente non riesce a capire come uno di loro possa essere diverso da loro. Come fa, costui ad essere così diverso da noi? Chi si crede di essere? Lo conosciamo, ne conosciamo la famiglia, è cresciuto in mezzo a noi: che cosa sono questi segni che sta facendo? Che cosa sono questi miracoli che sta operando? Cosa sono queste guarigioni? Da dove gli viene questa sapienza? Tutti interrogativi che la gente si faceva, ma non riusciva a dare una risposta perché non volevano entrare in relazione con Lui. La loro relazione non era aperta, ma chiusa dalle loro tradizioni, dalle loro leggi, tuttavia Gesù continua ed opera tutto questo: da Nazareth in poi. E come lo fa questo? Lo fa perché lo Spirito del Signore è sopra di me. L’opera salvifica è causa di tutta la Trinità. Abbiamo il Figlio, su di Lui c’è lo Spirito Santo che il Padre ha mandato.

Ora, vorrei fare una precisazione che serve soprattutto per noi: il nostro ministero della Parola, in quanto battezzati, come lo stiamo esercitando? È stata letta nella seconda lettura, questa scrittura di Paolo dove si afferma che la Chiesa è un corpo, ed in questo corpo ci sono le varie membra. Ogni membro è deputato a svolgere una particolare funzione, ma ogni membro deve esercitare questo ministero. Ci saranno gli apostoli, i profeti, i dottori, ci saranno tutti coloro che nella Chiesa svolgono una missione. Quella, innanzitutto, di testimoniare la Parola; ma c’è un problema:  Gesù in questa sinagoga dice:« Oggi si è adempiuta questa Parola che voi avete ascoltato». Allora il problema è proprio qui: noi siamo, molto spesso, che cosa? Dei buoni predicatori, ed ecco che il problema emerge: chi di noi può azzardarsi di dire al termine di una lettura di una Parola letta o di una predica fatta – Oggi si adempie in me questa parola? –.  Chi è che ha il coraggio, come qualsiasi cosa tu sia ( vescovo, prete, catechista, insegnante), dire questa parola? Qui è il problema, sapete? Noi cristiani cattolici abbiamo ridotto la Parola di Dio ad una semplice informazione. Usiamo la Parola per erudire il nostro cervello, la nostra sensibilità e basta. Siamo capaci di citarla, siamo capaci di metterla insieme: di scrutarla; ma a tutti manca questa posa in opera di essa.

Mi sto riferendo alla Parola di Dio perché qualora entrasse nel linguaggio corrente: sapete cosa avviene? Avviene quest’altro tipo di realtà: quante volte dici ad un’altra persona dei consigli, offri un’indicazione, proponi un itinerario, prometti qualche cosa, ti impegni su una parola, e poi? Puntualmente smentisci con il tuo operato. Non c’è cosa peggiore, nella vita di una persona, essere stato oggetto di un inganno basato sull’affettività. Cioè promettere ad una persona di amarla, far capire che c’è interesse nei tuoi confronti, ma poi vedere nullificato tutto questo. Guardate la parola promessa e non mantenuta cosa può provocare: la distruzione di una persona; soprattutto quando si gioca con i sentimenti. Non c’è cosa peggiore che ingannare l’altro, mediante l’uso della parola, con l’affettività. Conosco delle situazioni di persone che soffrono come cani perché lasciate su una parola, su un messaggio, abbandonate a se stesse con un semplice sguardo. Allora guardate: ognuno di noi oggi si deve interrogare. Quante delle parole che io proferisco porto a compimento? Quante ne adempio? Perché davanti a questa prospettiva, non lo so come ci mettiamo: sapete? È inutile che continuiamo a dire: « Io non ho peccato. Sono una persona onesta, equilibrata ecc.», non sei proprio niente perché di quello che dici non ne vivi una virgola, di quello che professi non ne professi una facezia. Chiaro? Allora ci sono le promesse: mi impegnerò, vedrai Signore che lo farò .. no! Oggi si è adempiuta, non domani, non ieri. Sai, facevo parte degli scout, dell’azione cattolica, facevo il ministrante da bambino. Ho capito, ma adesso uccidi le persone, c’è un po’ di differenza. Non c’è ieri, non c’è domani, c’è oggi. Oggi: hai adempiuto a questa parola? E poi potrei domandare a Gesù: chi sono questi poveri a cui tu sei stato mandato ed io sono stato mandato, ed ogni battezzato è stato mandato? Perché ognuno di noi, in forza del nostro Battesimo viene costituito: testimone, evangelizzatore della Parola.

Allora: lo spirito del Signore è sopra di me e mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri. Chi sono i poveri? Cari signori, i poveri ce li avete vicino. Non sono quelli che stanno in Africa, nelle favelas o nei sobborghi delle necropoli. I poveri, sapete chi sono oggi? Sono quelle persone che tu incontri nel tuo posto di lavoro, nel tuo condominio, o probabilmente ce l’hai anche in casa. Hanno perso il senso della vita: che nessuno ama, di cui nessuno se ne prende cura, di cui tu stesso eviti come la peste. Ebbene: questi sono i poveri. I poveri non sono gli straccioni, sono vestiti bene, profumano, hanno anche la Laurea, ma sono molto poveri, sono vuoti. Non hanno amore, non sanno amare, non sanno donarsi, non sanno condividere. Questi sono i poveri dai quali il Signore mi manda, ma per andare da costoro bisogna che sopra di me ci sia lo Spirito. Solo se ho lo Spirito di Dio io posso portare la vita ai poveri, altrimenti porterò la morte! Seminerò la morte, non la vita. Seminerò confusione, giudizio, pettegolezzo, calunnia, ottusità, arroganza, superbia, accidia, orgoglio, vanagloria, permalosità: questo semino se non ho lo Spirito su di me! Che cosa porto ai poveri? Porto me. E tu chi sei? Non sei niente: un groviglio di peccati, di contraddizioni. Vuoi essere santo e pecchi continuamente, hai ispirazioni ( chissà di quale natura: spirituali) e poi cadi nei peggiori peccati, come puoi accostare un povero? Come puoi ridare la vita ad un povero? Come puoi essere tu principio di vita, quando dentro hai la morte? Questo è il problema.

Invochiamo, in questa Eucarestia, lo Spirito del Signore perché possa scendere sulla Chiesa universale perché la possa costituire degna di questo mandato. Lo Spirito mi ha mandato a portare ai poveri il lieto messaggio, non è la mia iniziativa, non è il mio progetto da realizzare, non sono le mie aspettative che mi devono condurre. Lo Spirito del Signore: sia esso il principio e il fondamento di ogni azione della Chiesa e fuori di essa.

 

 

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Nozze di Cana

Questo segno a Cana di Galilea, per poter essere ben capito, va decodificato nei suoi elementi. Il primo elemento che prendiamo in considerazione è l’acqua che rappresenta, in questa scena evangelica,  l’Antico Testamento. Un’acqua che è destinata, come ben avete visto, a diventare vino. Gesù opera, infatti, su quest’acqua. Seconda modalità: l’acqua rappresenta l’umanità di ciascuno. Noi siamo quell’acqua. Ed anche qui, siamo un’acqua chiamata ad essere trasformata: non è fine a se stessa.

Ora cosa succede in questa scena? Maria è presente quel giorno. Per fare, che cosa? Per essere il tramite di questo miracolo. Possiamo dire che lei fa fare questo passaggio: dall’opera salvifica veterotestamentaria a quella nuova. Proprio in base alla parola che Maria dice al figlio, si da inizio ai miracoli. Maria, infatti, dice ai servi di fare quello che Gesù gli avrebbe detto loro di fare. Adesso vediamo che cosa sono chiamati a fare questi servitori. Sono chiamati a riempire d’acqua  queste giare: non devono fare altro. La prima cosa da chiarire:  sei capace  di trasformare l’acqua in vino? Sei capace di trasformare, da solo, la tua umanità in qualcosa di più grande? Sei capace di operare questo miracolo trasformativo? Assolutamente no, ma una cosa la puoi fare: obbedire a questo comando. Comincio ad aprire il varco per comprendere quanto è avvenuto. Maria pone un problema, è l’unica che si accorge, in quel giorno, di una cosa, di una mancanza. Maria, però, cosa ha detto? Non dice: « No, non c’è.» perché se avesse detto questo  avrebbe posto l’accento sul vino in quanto tale. Se voi a tavola, durante un pranzo, vedete che viene a mancare una cosa. Se voi dite che manca questo,  ponete l’accento sul vino; ma sei voi dite:«Papà, non ha più il vino» vi state rendendo conto che la gioia di mio padre viene meno  perché in quel momento viene a mancare il vino. Quindi Maria pone l’attenzione sulla persona, sulla gioia di quegli sposi e degli invitati che stavano festeggiando. Maria non è attenta solo alla materialità di una cosa, ma è attenta alla tua gioia: è attenta affinché tu sia felice. Chiaro? È l’unica, nessuno se n’era accorto.

C’è un adagio che dice – ubi oculus ivi amor –, dove c’è l’occhio c’è l’amore. Per potersi accorgere di una cosa bisogna amare. C’è gente che si è suicidata ed il coniuge o i  genitori di un ragazzo non si erano accorti di nulla. Del problema che in quel momento la persona stava passando. Guardate che può succedere questo. Quando tu sei pieno di stress, immerso nel tuo mondo, non vedi più niente. Ad un certo punto vedi che tua moglie inizia a metterti il muso, comincia a fare dei gesti un po’ più evidenti fino alla spaccatura totale. E tu non ti eri accorto di niente. Quel muso, quel mutismo voleva essere un segno per farti capire, brutta zucca che non sei altro, che c’è un problema di cui non ti eri accorto minimamente. Era un segnale per dirti che qui c’è un problema. Allora perché non ti eri accorto che stavo male? Perché non mi ami o non mi ami come io vorrei che tu mi amassi? Chiaro? Oppure te ne esci fuori dicendo: «Ti amo infinitamente». Che vuol dire questo infinito? Maria, allora è l’unica che si accorge di un problema perché ama. Qui inizia il processo: quest’acqua diventa vino. Può diventare vino perché c’è stata un’obbedienza. Quando sei diventato vino?  Nel nostro Battesimo. L’acqua indica l’umanità. L’umanità è stata  trasformata dalla Parola di Dio proprio il giorno del nostro Battesimo: dal figli di genitori terreni, siamo diventati figli di Dio mediante la potenza dello Spirito.

Fin qui siamo tutti d’accordo, ma ecco dov’è il problema che Maria oggi mette in evidenza: essi, cioè noi, non hanno più vino. Che cosa vuol dire questo? Allora, attenti bene: il vino si può perdere. Sapete? La grazia la puoi perdere. La tua identità di cristiano, la puoi perdere. Sapete quando si perde? Quando non vivi più questa dinamica che hai ricevuto il giorno del tuo battesimo. Quando non vivi più nell’obbedienza a Cristo. Guardate: solo tu puoi mettere l’acqua, ma chi la trasforma è Cristo. Ma se tu non ci metti neanche l’acqua, cioè la tua volontà, in questo processo trasformativo è chiaro che quel vino si annacquerà. Un vino annacquato è meglio che lo buttiate perché non serve a niente. Tu non sei chiamato a diventare un potpourri di roba: sei acqua o sei vino, non c’è via di mezzo. Si può trasformare l’acqua in vino: non la birra, non un cocktail. A te, questa mattina, Maria dice che non hai più vino: è vero? Domandatelo. La mia vita viene vissuta nell’entusiasmo dello Spirito? Nella mia vita, è in un continuo dinamismo vitale nello Spirito? La mia vita viene vissuta in questa apertura continua e nell’obbedienza alla Legge di Dio? Se non viene vissuta in questa maniera, tu hai perso il vino: hai perso la tua identità. Se andate in giro troverete tanta gente che ha perso il vino: ha perso il senso della vita, ha perso la ragione per cui vivere, ha perso l’obbiettivo verso cui arrivare, ha perso la propria dignità. Si è perso nei meandri oscuri del peccato: questo è il problema. Quindi, tu che eri vino buono rischi di non conservarlo buono fino alla fine. Allora: in un rapporto coniugale, sapete che cosa succede? È facile iniziare nell’entusiasmo il proprio rapporto di coppia: come in un’amicizia. C’è l’effervescenza del momento, l’effervescenza dell’attrazione, ma sapete una cosa? Tutto questo si può perdere e si perde continuamente. Guardate le coppie che si lasciano, le amicizie che tramontano, guardate i rapporti interpersonali che si logorano. Perché? Perché non si è fedeli al patto stabilito. Non si è fedeli quotidianamente a ciò che si è intrapreso, alla propria dignità di persone. Quindi, Gesù chiede a ciascuno di noi di conservare il vino buono fino alla fine. Qual è questa fine? La fine della nostra vita. Solo se conserveremo questo vino fino alla fine, potremmo godere in eterno della gioia messianica perché il vino rappresenta la gioia messianica. Noi siamo stati creati per vivere in questa dimensione di esistenza. Chi perde il vino, quindi, ha perso se stesso: ha perso la propria identità, la propria dignità. Quindi vedete, questo segno a Cana di Galilea è il segno per poterci dire: che cosa? Guardati dentro e guarda che cosa ne hai fatto della preziosità di quel vino, di quella grazia che hai ricevuto. Quali effetti sta producendo tutto questo? Sei fatto per vivere nella gioia dell’esultanza dello spirito, non nella schiavitù della carne. Ecco perché Maria oggi dice a Gesù:« Non hanno più vino». Maria si è accorta di te, si è accorta che nella tua vita manca qualcosa. Lo sai anche tu perché non sei felice. Chiediamo allora, al Signore di poter rinnovare ancora una volta questa trasformazione ma sempre dopo la nostra collaborazione. Se noi non riempiamo quelle giare, non entrerà. La Salvezza, quindi, è la sintesi tra l’uomo, l’acqua e Dio che mi trasforma in vino nuovo.

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Battesimo del Signore

Il Battesimo di Gesù: perché viene amministrato a noi? Che cosa ha significato per Lui il Battesimo? Ha significato l’inizio del suo ministero pubblico. Da questo momento in poi c’è l’investitura messianica di Gesù. Dopo i trent’anni trascorsi a Nazareth, nel nascondimento, nella preparazione e nell’ obbedienza a Maria e Giuseppe, oggi Gesù è pronto per essere mandato dal Padre nel mondo per farlo conoscere. Infatti proprio il Padre è protagonista di questo Battesimo. Vediamo, da dove bisogna prendere le mosse.

Gesù vede aprirsi i celi: perché questi cieli si aprono? Se si aprono, vuol dire che erano stati chiusi. Da quand’è che i cieli si chiusero? Si chiusero con il peccato di Adamo. Chiusura dei cieli, vuol dire la non relazionalità tra Dio e l’uomo. Anche perché, il termine cieli non indica la volta celeste, ma indicano la sede di Dio. Il luogo in cui Dio ha l’accesso: risiede. Quindi, i cieli si chiusero perché l’uomo con la sua disobbedienza interrompe questa relazione con il Padre.  Da quel momento in poi, così rimasero. Tra Dio e l’uomo non c’era relazionalità, o meglio ancora: non c’era una piena relazionalità.  C’era perché Dio aveva ripreso ad offrire all’uomo la sua Alleanza: attraverso i profeti, i patriarchi eccetera. Ma, essi non potevano certo conferire la Salvezza: questi personaggi. Era necessario che il Figlio venisse qui su questa terra, perché nel momento in cui Gesù Cristo s’incarna inizia il processo di riapertura di questa relazione. Una volta che questo cielo si riapre: cosa avviene? Avviene che sul capo di Gesù si posa una colomba. Altro segno: c’è un rabbino che nel I secolo d.C., commentando la Genesi – 1,2 – dice, riguardo allo spirito che aleggiava sulle acque, quindi questo Spirito di Dio che è presente già dalla creazione, è indice della Salvezza che sarebbe poi avvenuta nel successivo tempo. Ora vedete, questo spirito in forma di colomba si posa su Gesù. Quindi, come era presente alle origini: Gesù cosa sta facendo questa mattina nel Giordano? Sta facendo una nuova creazione perché questo spirito viene portato su di Lui. La colomba, dovete sapere – dice il rabbino V. Zoma – è appunto: la significazione, la esteriorizzazione dello Spirito che trova in Cristo il suo nido. Come la colomba che va a posarsi sul nido per proteggerlo, per farlo sviluppare, così questa colomba si posa su Gesù perché è lui il luogo su cui la vita riprende ad essere, quella vita ch’è stata distrutta da Adamo, viene riaperta, viene ridata a noi da Gesù Cristo mediante lo Spirito. Quindi, ecco che trova in Gesù la piena accoglienza, il luogo privilegiato dove potersi fermare.

A questo punto, una volta che è stato ristabilito il contatto tra Dio e l’uomo c’è questa espressione del Padre. Direi che è un’espressione fondante per Gesù di tutto il suo ministero pubblico: dall’inizio alla fine. La prima cosa che terrei a dirvi, cari signori, è proprio questa: magari io avessi avuto un padre così. Mi rivolgo ai padri, e con loro alle madri, perché non facciano anch’essi ed anch’esse lo stesso errore che consiste nel non dire al proprio figlio quello che Dio Padre ha detto al suo Figlio oggi. Cosa dice il Padre al proprio Figlio? – Tu sei il mio figlio,  l’amatissimo: in te mi sono compiaciuto –. Guardate: io non so quanti padri hanno il coraggio di dirlo ai figli questa espressione. Ma una cosa è certa: il non aver sentito dirsi questa espressione, per molti ragazzi e ragazze, è stato per loro, motivo di gravi mancanze affettive, gravi mancanze di successivo equilibrio e stima di sé. Guardate, si fa presto a dire ad un figlio: qui hai sbagliato, qui non capisci niente, sei sempre il solito stupido, tu non sei capace di fare nulla: sei il solito fannullone, con te non ci si può ragionare … una filastrocca continua di negatività. Ci fosse una volta che ti sentissi dire da tuo padre: io ti amo infinitamente, tu sei la luce dei miei occhi, tu sei la cosa più bella al mondo che io ho. Avete il coraggio di dirlo? Avete la capacità di amare e di dirlo: e di esternarlo? No: assolutamente! Il Padre di Gesù Cristo, invece, glielo dice in faccia – Io ti amo infinitamente –. E non potete sapere cosa provoca questo in chi ascolta un’espressione simile. Ma ve lo dimostro proprio con la risposta che Gesù Cristo ha dato al Padre. Da quel momento in poi, per Gesù inizierà il suo ministero pubblico. Non fa altro che dire per il Padre: guariva gli ammalati, risusciterà persone, morirà di fame e di stenti, sarà umiliato: disprezzato, calunniato. Ma Lui, è rimasto sempre unito al Padre. Prima di morire, alcuni giorni prima disse – Padre: non sia fatta la mia volontà, ma la tua. Se è possibile allontana da me questo calice, tuttavia non come voglio io ma come vuoi tu –. Vi rendete conto: si o no? Andatevi a leggere i Vangeli per cortesia! Guardate che tipo di relazione ha intessuto Gesù con il Padre: dalla mattina alla sera. Nulla faceva se non in comunione con Lui. Nulla voleva che non facesse piacere al Padre. Quindi: le ultime parole che ha avuto sulla sua bocca – Padre: nelle tue mani consegno il mio spirito –. Nelle tue mani. Guardate: chi non ha un rapporto con il Padre così, non ha capito nulla di Dio. Chi non ha un rapporto di amore sconfinato con Dio Padre: non ha capito niente di Dio! Chi sente questo giudizio spietato su di sé da parte di Dio, vuol dire che non sa neanche dove sta di casa. Fatevelo spiegare dal Figlio!

Il Battesimo: che cos’è?  È proprio questo: il Padre è venuto per dirci –  Guardate chi sono io e chi è mio Figlio, e qual è l’amore che intercorre tra me e lui! Che è lo Spirito –. Se non capiamo questo ridurremo il battesimo, a che cosa? ad un rito e basta. È nato: bisogna battezzarlo. Perché? Che ci creda o no, che viva o meno una vita cristiana, non mi interessa: lo voglio battezzare. Questo è quello che oggi il mondo ci propone.Il non sapere neanche perché si chiede il Battesimo alla Chiesa, non si sa. Comunque gli farà bene. È qualcosa che lo protegge dai blocchi,dalle intemperie, dagli incidenti stradali ecc., chiaro?

Io vi ho parlato di cos’è stato il Battesimo per Gesù, e noi come rispondiamo? In quest’altra maniera. Se la madre Chiesa ci chiede una maggiore consapevolezza esortandoci a prepararci, domandate ai miei collaboratori le risposte che diranno i genitori: non ho tempo, si danno degli appuntamenti e non vengono, neanche ti avvisano, vengono sbuffando. Questa è  la fenomenologia che troverete. Allora credo che ognuno di noi, oggi, debba seriamente chiedersi – Ma io cosa ho ricevuto: un sacramento o un rito magico? Essere cristiani: che cosa vuol dire essere battezzati? Secondo voi, si diventa cristiani con il Battesimo? Chiaramente vi hanno detto di si. Tutti ve lo hanno detto: anche i preti. Ebbene: da oggi in poi annullate questa diceria perché non è vero. Tu diventi cristiano non perché hai ricevuto un po’ di acqua sulla tua zucca, ma perché vivi il dinamismo evangelico e lo testimoni ogni giorno. È chiaro, o non è chiaro? Questo è il cristiano. Essere cristiano significa essere di Cristo, ed io non divento di Cristo solo con un po’ d’acqua sulla testa. Lo divento dopo che io ho fatto un serio cammino di fede, di esercizio delle virtù teologali, eccetera. Quando vivo i comandamenti – la Legge di Dio. Ormai viviamo in un contesto sociale non cristiano: non stiamo nel Cristianesimo oggi. Siamo nella stessa condizione di Paolo a Corinto, dove sbarcavano tutte le religioni: le depravazioni. Dire, infatti, donna corinzia equivaleva a pensare donna di strada. Siccome stiamo in un periodo socio-culturale identico è bene che io creda di non dare nulla per scontato. Per quanto mi riguarda, quindi: io non predico che il Battesimo ti fa diventare cristiano. Io predico che ti fa diventare cristiano la coerenza a Cristo: quindi cristiano ci diventi al termine della tua vita.

Mi ci sono trovato ad essere cristiano? Finché non sono stato io a prendere sul serio Gesù Cristo: sapete dove ero cristiano? Sui registri di Battesimo. Andate negli uffici parrocchiali di tutto il mondo e cominciate a scartabellare questi registri. Ma poi mi dovete dare una risposta: dove stanno tutti questi nomi? Andiamo un po’ in giro: ti do nome e cognome, ma dov’è? Sta a Roma Est a fare gli ultimi regali eccetera, ma non venisse poi a dirmi di essere cristiano. Tu sei un semplice battezzato: non sei altro. Con questo, cosa vuoi: il pranzo? Il regalo: gli album, i fiori – cosa vuoi? La catenina d’oro: quale zia gliela fa? Mi ci metto pure io, si. Io ce l’ho con te perché non mi hai invitato al battesimo di tuo nipote, pronipote eccetera. Ma di che parliamo! Quindi, se dovessi inoltrarmi nella fenomenologia battesimale farei notte. Vi lascio, allora a questo ufficio pietoso e chiedo a Dio di poter far si che ognuno di noi, almeno una volta possa sperimentare su di sé quell’amore del Padre, quella compiacenza che il Padre ha avuto, di me e di te, il giorno del nostro Battesimo. Guardate: anche nel giorno del tuo Battesimo, il Padre ci ha detto la stessa cosa – Tu sei il mio figlio amatissimo – , ma nessuno ce  l’ha detto. Nessuno ci ha detto che il Padre si compiace di noi. Anche se tuo padre non te l’ha detto mai, te lo dico io: oggi. Ma ora sono vecchio, è troppo tardi per ricevere questo annuncio: no. Puoi rinascere dal basso. Ebbene: apriamoci a questo annuncio. Dio si compiace di te. Da oggi in poi, cerca di rispondergli con il tuo amore. Chi è stato oggetto di amore vuole riamare. L’unico modo per riamare chi ti ama: che fai? Lo imiti facendo quello che a Lui piace. Ti piace questo papà: che io venga la domenica a Messa? Si? Vado a Messa per dirti ti amo, non per timbrare il cartellino. Noi cosa facciamo? 3×2. Dunque: se vado alla prefestiva mi becco pure quella del primo e del due ch’è domenica. Mi  vado a scervellare per cercare di prenderne due con una fava sola. Non facciamo ridere i polli? Non ci facciamo schifo da soli nel vederci allo specchio? Sto dicendo cose assurde? Non mi sembra … Allora apriamoci a questo amore e rispondiamo con amore: l’amore di Gesù Cristo.

 

 

 

 

 

 

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