Terza Domenica di Pasqua

Questa mattina, attraverso la figura di Pietro e degli altri suoi amici, comprenderemo come bisognerebbe vivere un autentico rapporto con se stessi e con Dio: vediamo da dove partire. Partiamo proprio dall’affermazione che fa Pietro: « Io vado a pescare».

Quello che ha detto Pietro, lo hai detto anche tu e l’ho detto anche io quando ero più giovane. « Io farò questo, io da grande farò questo». Infatti, nel mio caso concreto, ho dovuto lasciare la scuola che facevo per ricominciare da capo. Facevo un tipo di studio, il Signore mi ha chiamato e mi ha fatto buttare la rete a destra. Io stavo a sinistra, poi sono andato a destra. Nella vita di molte persone, succede la stessa cosa: ognuno di noi ha in testa un sogno, un progetto, un ideale, e senza consultare nessuno: che fa? Prende e parte. Di solito, quando uno sta al liceo, alle superiori, prima di lasciare questo studio, i docenti consigliano per l’Università: « Fai questo o fai quello». Imperterriti, gli studenti dicono: « No, io farò questo». I genitori ti dicono: « Io ti consiglierei questo», assolutamente. «Io mi voglio sposare con quella!», anche se tu gli fai vedere le incongruenze di quella, non ci sono santi: « Io voglio quella». Puntualmente, dopo due mesi, si lasciano. Quindi, forse è capitato anche a te, nella tua vita. Cosa? Quello di incaponirti, di dire:« Io faccio questo». Così è successo a Pietro.

Però, qual è il problema che prima o poi, chiunque tu sia, sperimenterai? Il fallimento. Quella notte non presero nulla. Qui parliamo di esperti pescatori, non  è che parliamo dell’ultimo uscito. Anzi, adesso vi dirò anche un’aggravante: nonostante Pietro sia stato costituito capo dei dodici, se vi ricordate, al lago di Genesaret, dice:« Io vado a pescare», cioè ritorna alla vita passata. Era pescatore, ma Gesù gli aveva detto: « Tu non sarai più pescatore di pesci, d’ora innanzi sarai pescatore di uomini». Invece Pietro, che fa? Ritorna alla sua vita passata: un po’ come fai tu. Credi di essere progredito nella vita spirituale, invece puntualmente ricadi nei tuoi peccati. Puntualmente, come se nulla fosse, sapete perché? Perché ancora insisti a dire che io vado a pescare: io conduco la mia vita, io determino la mia esistenza, io decreto il mio futuro, io ti dirò che succederà questo e quest’altro. Questa forma delirante del tuo ego, dovete sapere, che sta alla base di tutti i fallimenti esistenziali: matrimoniali, lavorativi, relazionali, personali, sociali, internazionali. Questo delirio dell’io. Pietro è uno di questi.

Un giorno, addirittura, dirà il signor Pietro:« Io darò la mia vita per te», ve lo ricordate o no? Come molti pargoli, di diciassette, diciotto, vent’anni, venticinque, che si sposano:« Io ti amerò per sempre: in eterno. Tu sei la mia vita: sei tutto per me. Darò la mia vita per te», non so se l’avete mai sentito questo. Come no: lo sai le corna che si sprecano dalla mattina alla sera? Ceste di lumache continue. Venditori di lumache ce ne sono in giro che neanche immaginate. Perché vanno in giro a raccogliere questi cornuti, a quintali. Ma tu non eri quello che mi amava eternamente, sai, che davi la vita per me, ti spezzavi in due, no: non eri tu? Ah, capito: scusi. « Io darò la mia vita per te».

 

Gesù, che è un po’ più normale, dice:« Buono: questa notte stessa mi rinnegherai tre volte». Tre: non una, tre. Infatti, quest’oggi Gesù glie lo rifà rimboccare quel triplice rinnegamento.

«Mi ami tu?»

«Certo, mi cecassi un occhio se non ti amo». Primo.

«Mi ami?» e sono due.

Tre: «Mi ami?», perché lo ripete per tre volte? Perché quel cornuto di Pietro, per tre volte gli ha detto di non conoscerlo. Noi siamo più spudorati: quante volte abbiamo detto al Signore che lo amavamo? « Signore, ti amo profondamente. Senza di te, muoio. Senza di te, la mia vita non ha senso».  E giù a fare peccati, uno peggio dell’altro: ma non ti fai schifo da solo? Quando ti guardi allo specchio la mattina che ti fai la barba, non ti puoi sputare un attimo addosso? Ma perché dobbiamo dire queste cretinate che non hanno senso! Voi che siete tutti teologi, tutte dottoresse, avete mai letto su questo Libro che Gesù abbia mai detto una volta a me:« Ti amo». L’avete mai sentito voi? C’è scritto? Una volta che Gesù Cristo ha parlato, ha detto:« Amatevi». Avete capito, si o no? Referente ultimo dell’amore, non è Lui, non è Gesù Cristo il capolinea. Il capolinea è il Padre: suo e tuo. Io vado dal Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro, chiaro? Quindi, se neanche Gesù Cristo pretende un amore esclusivo, immagina se tu povero ominide lo puoi volere.

 

Quante volte ti sei illuso: tu sei mio, tu sei mia. Ancora ci credi? C’è stato mai un momento nel quale veramente hai creduto che quella roba li fosse veramente tua? Ci sono persone che ancora ci credono, lasciamocele credere, perché no? «Io non ti ho tradito mai. Cara, fra un po’ faremo il cinquantesimo: io non ti ho mai tradita». « Ah si? Maledetto». Il pensiero, dov’è? Quante volte hai spogliato quella donna ch’è passata mezz’ora prima. L’hai spogliata, l’hai rivestita, rispogliata, rivestita,  quante volte? « Io? mai cara». Infatti, quella cara li che ti sta vicino, povera ebete, non lo sa e non lo può sapere perché è una ominide come te: è un pupazzetto come te, il cervello non le ci arriva a sapere quello che ti passa per il cranio. Ma c’è uno che, no? Ed è Lui che sa tutto: sa quante volte hai tradito a lei, e così viceversa. « Ma io non l’ho tradito con il corpo, l’ho tradito con il pensiero». Infatti, Dio, Gesù Cristo in persona dice in uno dei Vangeli:« Chi guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio», quindi non andare in giro,miserabile, a dire:« Io non l’ho mai tradita», perché sei un miserabile: chiaro? Il Signore è furbo, sapete? Non è uno scemo come noi.

 

Quel giorno, quando lo ha incontrato, io c’ero ricordatevelo, quando Gesù ha messo i suoi occhi nelle palle degli occhi di Pietro, Pietro si mise a piangere amaramente, eppure Gesù non ha parlato. Vi risulta che abbia parlato? No, non ha parlato. Che potere che ha questo! Non parla e ti fa piangere, immagina se avesse aperto la bocca quel giorno! Ma oggi ha parlato:«Senti un po’ caro mio, mi ami?». Ma guarda, lo sbatterei al muro Gesù Cristo. Gli fa rimporre quella triplice confessione o sconfessione, meglio ancora. Ricorda a Pietro quel suo intervento, quando gli disse:«Io darò la mia vita per te». Quindi, voi credevate che Gesù non gli avesse detto nulla: ha aspettato. Glielo dice oggi: « Cosa hai detto tu l’altra sera, davanti a quella servetta del sommo sacerdote? Non mi conoscevi? Ma come: avevi detto che avresti dato la mia vita per me?».  Allora, Gesù non è arteriosclerotico che non si dimentica se ha già fatto la domanda a Pietro se lo amasse. Non che glie lo ripete tre volte perché, appunto, si era scordato che già glie l’aveva detto: no. Glie lo dice per far prendere coscienza a Pietro che senza di me il tuo amore non potrà mai essere fedele.

 

Ricordatevelo tutti: l’amore umano non può essere fedele. Non è che non vuole, non può! Perché non può? Perché è sottoposto continuamente alla legge del peccato. « Si, ma io non ho peccato con il corpo, ho peccato con la mente», infatti la mente sta da una parte e il corpo sta da un’altra. Chissà dov’è la mente. « Ma io non l’ho fatto fisicamente», per Gesù Cristo vale lo stesso principio.« A me non piace questo Gesù Cristo. Ne voglio un altro».

Infatti, queste donnicciole che io incontro molto spesso mi dicono:« Qual è il problema che io ho rapporti prematrimoniali con il mio ragazzo? Qual è il problema: lo amo!». Dopo sei mesi, la rincontro:« Dov’è quello con cui sei stata?»

«Non lo amo più. Ne amo un altro». Non usare questo verbo, usane un altro che è meglio. Quindi, sapete dove voglio arrivare? Mi direte: « Dove vuole arrivare?» A farti capire una cosa, se ci arrivi, ma voi ci arrivate. Smettila di dire:« Io» perché se continuerai a dirlo farai una brutta fine.

 

La Chiesa, dopo duemila anni, c’è arrivata. Un po’ lenta: un po’ come lo Stato, sapete? Lo Stato è molto lento, come le cartelle esattoriali: sono lente ma arrivano. Quando uno si sposa, ha cambiato il rituale la Chiesa. Ora c’ha scritto: con la grazia di Cristo, prometto di esserti fedele sempre. Prima non era così, sapete? Io Lina, sposo te/ prendo te, addirittura prendo … in saccoccia lo prendi. Che prendi? Io prendo te, e porti a casa. Ma cosa stai dicendo? Allora:

  • prima revisione: io accolgo
  • secondo, sempre: io Genoveffa prometto di esserti fedele sempre .. no, non tu sei proprio niente! Io, Genoveffa, con la grazia di Cristo, prometto … perché tu,senza la grazia di Cristo, tu non arrivi neanche a questa sera ad essergli fedele. È chiaro adesso? Quindi, mettetevi in testa, che senza la grazia, senza il rapporto con Cristo, tu non fai proprio un bel niente. Se lo fai, sarà destinata a perire, quello che fai. Tutto: addirittura fallire.

 

“ … «Io vado a pescare», ma quella notte non presero nulla …”

 

Quanti falliti ci sono in giro, sapete? Quanta gente che si sta suicidando! Se andate a vedere le statistiche dei morti: al primo posto ci sono i suicidi, poi gli incidenti stradali, i tumori, gli infarti. Immaginate un po’: i suicidi. Quando uno scopre che ha fallito la sua vita, che fa? Se ha un briciolo di fede, forse, si può attaccare a Cristo, altrimenti non rimane che la corda o buttarsi di sotto: non c’è altra soluzione.

 

Allora, morale della favola: guardati dentro e verifica come hai condotto fino ad adesso la tua vita. Chi è che sta al centro? Chi è che muove tutto? Il tuo ego o Cristo? Da dove prendi le mosse per decidere una cosa? Da te o da Lui? Chiedi mai a Cristo se quello che stai intraprendendo è secondo la sua volontà? O prima lo fai, poi sbagli, e poi eventualmente, nel migliore dei casi, chiedi perdono? Non lo fare questo, ti conviene affrettare i tempi. Vai direttamente da Lui, invoca lo Spirito:

  • spirito d’intelletto che non hai,
  • spirito di sapienza che non hai,
  • spirito di consiglio che ti manca.

 

Tutta questa roba ti manca, ecco perché fai le più grandi cavolate. Ecco qual è il problema. Quindi, chiediamo veramente al Signore che ci trasformi interiormente nella conoscenza di Lui, del Suo amore, della Sua vita.

 

 

 

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Seconda Domenica di Pasqua

Anche noi questa sera stiamo nel cenacolo a porte chiuse, come gli apostoli. Ora bisogna capire cosa sono queste porte chiuse. Le porte chiuse di cui si tratta in questo testo sono quelle scelte che avevano fatto gli apostoli proprio nei giorni della Passione di Cristo. Proprio in quei giorni gli apostoli se ne erano andati tutti, tranne Giovanni: chi lo aveva tradito, chi lo aveva rinnegato, chi se n’era andato. Quindi, la situazione che Gesù incontra quella sera di Pasqua, la sera della Resurrezione (otto giorni dopo) è la seguente: gli apostoli erano in peccato. Chi è in peccato chiude la porta al Cristo, alla grazia, alla relazione. E costoro l’avevano chiusa, questa porta, proprio in forza di quelle scelte ottuse, egoistiche che avevano compiuto in quegli ultimi giorni. Vivevano tutti nel peccato in quel momento e addirittura uno di loro neanche era presente. Dove stava Tommaso? Quella sera, Tommaso dove stava? Questa sera, dove stanno i fedeli che si definiscono cristiani? Domandatevelo! Nelle celebrazioni domenicali, i cristiani dove stanno? Eppure, si definiscono cristiani come costoro si definiscono apostoli. Allora vedete, questi piccoli preamboli sono necessari per capire quello che sta facendo Gesù. Allora, Gesù entra in un contesto di non relazionalità. Dire porte chiuse vuol dire semplicemente questo: una relazione chiusa.

Quando Gesù appare dice:«Shalom». Ma Shalom non vuol dire quello che cantiamo noi: pace, allegria, buonasera, buonanotte,no: non fatevi incantare! La pace che Gesù porta quella sera è il primo dono della sua Resurrezione. È un dono la pace. Se io domando a voi, questa sera:« Ma voi ce l’avete la pace dentro di voi?», con un po’ di buon senso mi direte:«No», poi se volete barare, se volete camuffare la realtà direte:« Sto bene». Si, ma se io ti domando cosa vuol dire stare bene: sapete cosa vuol dire per molti stare bene? Avere un conto in banca cospicuo, una casa bella, una macchina grande, una famiglia apposto … e chi sta meglio di me? Sto apposto, io sto bene. Questo vuol dire stare bene, che poi  tu non abbia Dio è un altro discorso, quello non mi interessa. Allora non stai bene, allora la pace non ce l’hai. La pace non è assenza di guerra, ma uno stato dell’anima che vive solo colui che è in perfetta comunione con il Cristo: vi è chiaro il concetto? Solo costui ha il dono della pace. Per cui chi ha la pace di Cristo, può anche vivere in un momento di sofferenza, di croce, di contraddizione, ma conservare la pace: vedete la differenza qual è? Quindi può avere la pace anche se sta vivendo un momento di gravi difficoltà. Invece noi che facciamo? Ci basta un minimo di difficoltà per stare in subbuglio, in un mormorio continuo, in un acidume continuo: questo è il problema. Queste cose che vi sto dicendo mi servono tutte per arrivare a quello che faremo finita la celebrazione, perché se non ci sono questi presupposti fondamentali la preghiera di liberazione e di guarigione non potrà avvenire.

Avete ascoltato nella prima lettura ciò che avveniva nelle prime comunità cristiane: Pietro passava e il suo solo passare, l’ombra che egli faceva, guariva e liberava: domandatevi perché. Perché nella prima comunità cristiana avvenivano questi segni e oggi anche se viene il Santo Padre in mezzo a noi nulla succede? Una domanda io me la faccio, non so se voi ve la fate: ma allora la potenza di Dio si è fermata al I secolo d.C? Ora Dio è diventato impotente? Il suo braccio si è accorciato, è diventato tirchio anche Lui per quanto riguarda le grazie? Com’è questa storia? Domandatevelo. Perché non avvengono più segni, miracoli, prodigi? È semplice: perché manca la fede. Guardate che Gesù quando incontrava una persona non gli faceva abracadabra, faceva qualche sortilegio e questa persona usciva curata, no. La tua fede ti ha salvato: la grazia di Dio può operare se trova un riscontro totale, pieno in te. Molti si mettono davanti a Dio come dei cadaveri aspettando che il Signore faccia la grazia, allora in maniera passiva si mettono li che la grazia di Dio arrivi e mi risolva questo problema. Poi che non si impegnino a pregare, non si impegnino a non peccare, non s’impegnino ad evitare le occasioni prossime di peccato, nulla di tutto questo: è Dio che deve operare segni e prodigi in mezzo a noi, ma continuiamo a condurre la nostra vita come piace a noi. Non vi lamentate però, nessuno si lamenti se non vede segni, prodigi e miracoli operati dagli apostoli nelle comunità. Questo è il problema.

Questo signor Tommaso, cari signori presenti e signore, è il tipico personaggio che voi incontrate oggi uscendo da qui. È il tipico personaggio che dice: « Il rapporto con Dio è un rapporto che voglio vivermi da me. Quindi se io non vedo, se io non tocco, se io non metto», avete letto questi verbi? Sempre questo io in mezzo, cioè la fede cristiana non è personalistica, egoistica, bensì una fede comunitaria, ecclesiale: chiaro? Dio non ti salva da solo. Dio ti salva in una comunità che si chiama Chiesa. Infatti, Gesù appare nel luogo in cui essi erano presenti. I dodici rappresentano la Chiesa o no? Allora tu quella sera, caro signor Tommaso dove stavi? Avete mai domandato a Tommaso dove stava? Stava facendo i suoi affari come tanti, sapete? « Io da Dio, ci vado quando dico io, come dico io, alle mie condizioni e Dio deve obbedire alle mie richieste ( se non vedo, se non tocco eccetera). Io gestisco il mio rapporto con Dio lo volete capire si o no? Sono io che lo gestisco». Infatti vi diranno, i Tommaso di oggi:« Ma non c’è bisogno di andare in Chiesa, non c’è bisogno di essere rimesso dai peccati». Ve l’ho detto all’inizio della celebrazione: se tu hai il peccato dentro di te, Dio non lo puoi incontrare. Anche se lo vedi, non lo riconosci. Non lo puoi riconoscere perché hai le porte chiuse. Molti vivendo nel peccato dicono:« Io mi sento lontano da Dio: io questo Dio non lo sento», infatti guarda un po’ che stile di vita conduci: critichi tutti, giudichi tutti, litighi continuamente con tutti, se puoi fare uno sgarbo lo fai pure, allora perché queste porte sono chiuse? Domandatelo! Chi è che sbarra queste porte se non tu? Allora il Tommaso che è in te, ecco come agisce: il rapporto con Dio decido io come deve essere, chiaro? Quindi: in Chiesa ci vado quando dico io e tutto il processo che vi ho detto pocanzi, ma Gesù a questo gioco di Tommaso non ci sta. Allora, che fa? Non gli resta che andare alla radice del problema. Se non vi fate perdonare i peccati, non potete ricevere lo Spirito Santo.

Questa sera, vedete, Gesù conferisce il potere di rimettere i peccati ai suoi apostoli: chiaro? Ricevete lo Spirito Santo, anzi dice una parolina, un verbo che la liturgia non fa risaltare abbastanza: alitò. Questo alitare, affonda radici molto lontane: nella creazione. Quando Dio insuffla nelle narici dell’uomo lo Spirito Santo e fa diventare quel pupazzetto di terra un essere vivente. Li stavamo nella creazione, qui stiamo nella ricreazione. Poiché il peccato è stato la causa della morte dell’uomo, dell’allontanamento dell’uomo da Dio, Dio per poter dare di nuovo all’uomo la capacità di essere vivente gli da di nuovo quello spirito che gli aveva dato alle origini: quello stesso spirito, ora lo conferisce agli apostoli perché con quell’autorità potessero assolvere i peccati. A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi. A chi non li rimetterete, resteranno non rimessi, vedete o no? Allora per poter partecipare al Cristo risorto, anche per noi oggi, è necessario l’essere sciolti dalla causa della chiusura del rapporto con Cristo: qual è la causa? Il peccato. Ora qua dentro, ci sono delle persone che in questo momento hanno dei peccati ( della vita passata) non confessati. Ve lo dico chiaramente papale papale, vedete? Visto che sto celebrando una Messa di liberazione e guarigione, me lo voglio permettere: ne ho tutta l’autorità per farlo perché lo Spirito Santo agisce. Quindi vi dico che, finché tu non sputi quel rospo che hai dentro il tuo corpo, non potrai sperimentare la liberazione e tantomeno la guarigione: chiaro? Quindi ripeto: c’è ancora il sacerdote li dentro! Desidero che chi ha da sputare dei rospi, che si conserva da anni dentro al proprio corpo, lo faccia perché altrimenti questa celebrazione non serve a niente. Visto che il Signore ha conferito a noi il mandato di sciogliere questi peccati, dobbiamo lasciarci riconciliare con Cristo. Lo dice Paolo nelle sue lettere:lasciatevi riconciliare con Cristo, perché se non avviene questa riconciliazione il dono della Pasqua (cioè la pace) non può essere conferita a nessuno. Allora, che lo Spirito Santo guidi ciascuno di noi in questa celebrazione nell’individuare il problema fondamentale della propria vita,  e lasci che la grazia possa agire per ricrearci intimamente, possa ristrutturare quella struttura di peccato che è dentro di noi e liberarci dal potere del maligno che in questo momento sta tenendo molti di noi sotto di sé. Quindi con questa fede, continuiamo la nostra celebrazione confermando con la professione di fede la volontà di servire il Cristo e di incontrarlo vivente nella nostra vita.

 

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PASQUA

La Chiesa ci ha fatto percorrere questa notte, dalla Genesi fino al Vangelo, l’itinerario della storia dell’uomo, e credo della storia di ciascuno di noi. Dio crea l’uomo, crea tutte le cose: l’universo, alle origini del mondo. Crea tutto questo come cosa buona e quando crea l’uomo, addirittura come cosa molto buona. Tutto ciò che Dio fa è buono, è veramente buono perché proviene dalla bontà in persona. Dall’essenza della bontà che è Dio. Una volta che Dio pone l’uomo su questa terra, che cosa fa l’uomo? L’abbiamo visto, lo abbiamo visto nel corso della storia: l’uomo pecca. L’uomo si allontana da Dio. L’uomo vuole fare di testa sua. Intraprende delle strade tutte sue, come facciamo noi quotidianamente. Ognuno di noi si comporta, ancora oggi, in questa maniera. Preso dal proprio delirio d’onnipotenza, l’uomo afferma spudoratamente se stesso su Dio, sull’uomo, sulla creazione.

Così facendo, però, sapete cosa sperimenta? La schiavitù. L’uomo entra nella schiavitù: entra in Egitto, entra sotto il Faraone, entra sotto il tiranno. Il tiranno, il Faraone di oggi chi è?  È proprio la struttura di peccato che noi uomini abbiamo costruito con le nostre mani e questa società che noi uomini abbiamo così strutturato, come struttura di peccato: cominciando dai vertici fino alla base. Se andate a vedere tutti i meccanismi che reggono l’universo attualmente, se andate ad esaminare queste strutture sociali, politiche, amministrative, comunitarie, andrete a vedere che sono tutte viziate in se stesse dal peccato. Quindi, questa struttura di peccato che l’uomo ha costruito, sotto la quale struttura l’uomo si pone, lo chiameremo Faraone. Ebbene Dio che crea l’uomo nella libertà, nell’amore, cosa fa davanti a questa schiavitù? Vede l’oppressione del suo popolo: «Voglio scendere a liberare questo popolo dalla schiavitù». Vedete, Dio non si arrende nel vedere la propria creatura schiacciata dal peccato, dalla schiavitù in cui si è andato a mettere e Dio fa di tutto per liberarlo. Allora chiama Mosè, Aronne, Giosuè, tante persone che cominceranno ad essere le mani di Dio, la bocca di Dio. Cominceranno a mettersi al servizio di Dio per liberare il popolo dalla schiavitù del peccato e farlo arrivare nella Terra Promessa nella libertà.

Una volta che Dio  costruisce questa libertà, che rinnova all’uomo la possibilità di essere libero, deve tuttavia ricreare l’ontologia dell’uomo, l’essere dell’uomo, che si era snaturata in seguito al peccato. Allora Dio fa una promessa:«Vi darò un cuore nuovo. Metterò dentro di voi uno spirito nuovo. Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne». Una volta che l’uomo è caduto sotto la schiavitù del peccato e ha distrutto la sua ontologia, Dio doveva ricreare l’uomo. Nell’Antico Testamento promette questa ricreazione, ma poi questa promessa verrà ad essere attualizzata. Quando? Questa notte. Questa notte Dio distrugge, una volta per sempre, l’opera dell’uomo. Le conseguenze del peccato dell’uomo che sono la morte eterna. L’uomo è stato capace solo di distruggere l’opera creatrice di Dio. Questo ha saputo fare l’uomo e molto spesso questo sa fare l’uomo, ancora oggi: distruggere l’opera della creazione di Dio. Ma Dio non si arrende. In Gesù Cristo, Dio ha vinto per sempre la morte. Ha distrutto le cause della distruzione dell’uomo che sono il peccato e la morte, attraverso la morte del suo Figlio in croce.

San Giovanni Crisostomo dice che un sepolcro ha tratto il Figlio di Dio nella morte, ma la morte del Cristo ha distrutto quel sepolcro e ha distrutto la morte per ridare a noi la vita. Quella vita eterna cha all’inizio della creazione Dio aveva dato a ciascuno di noi. Quindi questa notte, Gesù Cristo cosa fa? Riporta l’uomo alle origini, ridando quella vita che le mani del Padre avevano dato alla sua creatura che è l’uomo. Quest’opera Gesù è venuto a compiere su questa terra. Per questo motivo il Padre ha mandato su questa terra il Figlio: per riportare la creazione di Dio Padre alle sue origini, per ridare all’uomo quell’immagine che era stata deturpata dal peccato e dalla morte. Quindi Gesù Cristo, con la sua vittoria sulla morte e sul peccato, riporta l’uomo all’intima comunione con il Padre. Questo l’ha fatto pagando di persona: su se stesso, pagando sulla sua pelle tutto questo. Noi siamo stati capaci solo di distruggere l’opera della creazione e basta. Non abbiamo saputo fare altro. Per ricostruire l’identità dell’uomo, ci voleva il Figlio di Dio che con la sua morte e la sua Resurrezione ci ha ridato la vita. Ci ha comunicato di nuovo quella vita divina che il Padre dalle origini ci aveva consegnato.

Ecco cosa stiamo celebrando questa notte: il trionfo di Cristo sul peccato e sulla morte. Stiamo celebrando, cioè, la possibilità che Cristo ci ha dato per ritornare di nuovo nelle mani del Padre. Quel cielo che si era chiuso con il peccato di Adamo è stato riaperto con la Resurrezione di Cristo. Cristo ci ha dato di nuovo questa possibilità: di rifar pace con il Padre, di riabbracciare il Padre, di ritornare tra quelle mani che ci hanno creato. Sapete cosa stiamo celebrando, o no? È coglibile questo fatto o ci lascia indifferenti? Noi, se Cristo non fosse venuto su questa terra  a redimerci dal peccato e dalla morte, saremmo sprofondati nel nulla, nelle tenebre eterne. Sapete cosa sono le conseguenze del peccato? Sapete che cosa fa il peccato? Non fa altro che portare morte: seminare morte dappertutto, e lo vediamo. Prendete il mondo di oggi, andate ad aprire la cartina mondiale: che cosa c’è seminato in questa cartina? Guerre e distruzione, violenza e peccato: di questo è seminata la cartina del mondo perché l’uomo l’ha ridotta un campo di concentramento.

Questa notte, Cristo trionfa sul peccato, sulla morte, sull’egoismo, sulla violenza, sull’odio, sul rancore, sulla vendetta, su tutto questo grazie al dono di sé al Padre per la nostra Salvezza. Di questo, noi non finiremo mai di ringraziarlo. Nemmeno l’Eucaristia che adesso celebreremo sarà sufficiente per ringraziare il Padre. Eucaristein vuol dire rendimento di grazie, ma oserei dire che non è sufficiente per quanto dovrebbe essere immenso, universale, il nostro ringraziamento. Solo perché è celebrato da Cristo in persona, questo sacrificio è eterno, universale. Ecco perché può offrire al Padre l’autentico ringraziamento, perché se fosse per noi nemmeno avremmo la forza di ringraziarlo per  quanto dovrebbe essere immenso questo ringraziamento.

Allora questa notte ci uniamo al ringraziamento del Cristo, alla sua Eucaristia per mettere le nostre umili voci, il nostro umile canto, insieme a quello degli angeli, dei santi, di Maria Santissima che in questo momento godono di quest’eternità, di quest’immensità, di questa gioia, di questo gaudio eterno conquistatoci da Cristo. Allora, come comunità siamo chiamati a risorgere anche noi, ciascuno di noi, questa notte e durante tutta la nostra vita. La nostra vita diventi, da oggi in poi, un cantico di lode che si eleva a Dio, dal profondo delle nostre vite, dal profondo della nostra miseria. Una miseria, una creaturalità che è stata redenta dal Sangue di Cristo. Rinnovata profondamente e riportata all’immagine di Dio.

 

 

 

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Domenica delle Palme

Sono passati più di duemila anni da questa vicenda, da questa narrazione, e nulla è cambiato. Nulla. Ancora oggi c’è un Giuda che tradisce il Signore. Non è solo un Giuda, ma tanti. Non c’è solo un Pietro che rinnega, ma molti Pietro che rinnegano. Non ci sono solo poche centinaia di Giudei a gridare: «sia crocifisso», ma ci sono nazioni intere che stanno rinnegando Dio e Gesù Cristo.

Poi c’è la storia personale di ciascuno di noi. Anche noi, nella nostra vicenda personale di ogni giorno, sperimentiamo questa parabola che avete sentito in questa Passione. In queste figure, possiamo benissimo rientrarci tutti. Noi siamo quel Pietro, noi siamo quel Giuda che tradiscono il Signore: lo rinnegano per trenta monete, lo vendono, se lo giocano, lo bestemmiano, lo mettono da parte, lo mettono all’ultimo posto. Davanti a questa vicenda, a questa situazione, Gesù ci vuole dare la sua ricetta. Come si fa a non rinnegare Dio? Come si fa a non tradire Dio? Lui ce l’ha insegnato attraverso il suo stile di vita. Questa mattina, ci da anche la possibilità di capire qual è stato il suo segreto per non tradire il Padre. Il suo segreto è consistito nella preghiera.

Gesù dice: « Simone, Simone, Satana vi ha cercato per vagliarvi  come il grano, ma io ho pregato per te». Guardate che Satana, non solo ci ha cercato,  ma ci ha proprio distrutto. Satana in persona. In questo momento Satana sta distruggendo la Chiesa di Cristo attraverso continui scandali, facendo cadere consacrati, consacrate, laici, addetti ai lavori, religiosi. Questo sta facendo Satana, in questo periodo senza alcun risparmio, perché l’ultimo baluardo di Cristo su questa terra, è la Chiesa. Il nemico infernale la vuole distruggere in tutti i modi. Sembra che, apparentemente, stia prevalendo contro di essa. Lo dico apparentemente perché ci sono molti strati della Chiesa, che non si vedono pubblicamente. Molte persone consacrate, invece, che  stanno tenendo duro, stanno affrontando Satana viso a viso quotidianamente. Sono proprio costoro che la stanno tenendo in piedi, questa Chiesa.

Chiaramente, anche a costoro Gesù dice, e da questo mandato: « Vegliate e pregate per non cadere in tentazione». Vegliate e pregate. Vedete, la vita di Gesù è stata tutta imperniata sul rapporto tra Lui e il Padre. Addirittura, le ultime parole che Gesù ha avuto sulla bocca, sapete quali sono state? Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito. Padre, Padre: Abbà. Gesù, ogni mattina, di buon mattino,  si alzava per andare sul monte a pregare. Guardate, se volete sapere qual è il segreto per non cadere in tentazione,  è questo: alzarsi di buon mattino e recarsi sul monte, soli a pregare. Volete voi che Gesù non abbia avuto tentazioni? Ce l’ha avute eccome: le abbiamo contemplate durante la Quaresima, lo scontro nel deserto con Satana. Ma Gesù è riuscito ad affrontare la sua Passione, proprio perché poteva contare sulla sua relazione con il Padre che non l’ha mai abbandonato. Non l’ha mai lasciato solo. Allora, Gesù ha portato a compimento un’opera che il Padre gli aveva dato da compiere: la Salvezza dell’umanità. Sostenuto, da che cosa? Qual è stato l’unico sostegno che Gesù ha avuto continuamente nella sua vita? Il Padre.

Avrebbe voluto, ve lo dico io, contare sui dodici proprio nel momento solenne della sua vita, nel Getsemani. Va da loro, e che cosa facevano? Dormivano. Nel momento del dolore, nel momento della sofferenza, nel momento in cui Egli stava grondando sangue: dove stavano i suoi amici, dove stavano i dodici? Dove stavano coloro che essi ha amato più di tutti? Li ha scelti, li ha curati, li ha amati,  ha riservato per loro i momenti più belli, aveva spiegato in segreto tutte le parabole. A voi è dato di sapere il mistero dei Regno dei Cieli, a quelli di fuori: solo in parabole. Cosa avevano fatto questi? Dormivano.

Alle volte, ancora ci cado nel constatare la disillusione, perché m’ illudo chiaramente, che uno possa intessere una relazione vera con gli uomini, ma non è così. Prima o poi, gli uomini si addormenteranno tutti perché saranno presi dai loro affari. Ognuno penserà a sé stesso, e tu ti ritroverai solo. Vi voglio regalare proprio questa esperienza, prima o poi vi troverete soli. Solo uno non mancherà mai: il Padre. « Sarete traditi dai mariti, dalle mogli, dai figli, dagli amici», lo dice Gesù nel Vangelo, « dai parenti, da tutti». L’aveva detto già durante la sua vita: si è realizzato proprio tutto questo, ma Gesù ci da l’esempio. Sappilo, che prima o poi accadrà questo. Però, Gesù ha portato a compimento l’opera della redenzione proprio perché aveva dalla sua parte il Padre che non gli ha fatto mai mancare, in nessun momento della sua esistenza, la sua presenza e il suo amore.

Nel Battesimo: « Tu sei mio figlio, in te mi sono compiaciuto». Sul tabor: « Tu sei il mio figlio amatissimo, ascoltatelo». Sulla croce: « Padre, nelle tue mani affido il mio spirito». Allora, a tutti coloro che in questo momento stanno sperimentando la disillusione dell’uomo dico:« Gettatevi nelle mani del Padre. Egli solo potrà, di nuovo, darti quell’amore che l’uomo non sa dare. Quell’amore che l’uomo ha perso». L’uomo ha perso l’amore perché si è ripiegato su se stesso e quindi, non sa più donarlo perché non ce l’ha. Non lo può dare. Nessuno può dare amore perché lo ha perso sin dalle origini. Non conosce più cos’è l’amore, per cui non gli rimane solo che dormire profumatamente. Chiediamo allo Spirito Santo che ci dia la luce, la forza, l’illuminazione di comprendere chi è il Padre per ciascuno di noi e chi siamo noi quali figli amati dall’eternità.

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Quinta Domenica di Quaresima

Con la nostra memoria, andiamo un po’ nel passato e ripensiamo idealmente a questa scena che il Vangelo ci ha fatto contemplare. Cosa andremo a ricordare? Sicuramente, andremo a ricordare gli episodi che ci interessano. Gli episodi in cui noi eravamo gli accusatori, con le pietre in mano, pronte ad essere scagliate. Davanti a noi c’era il malcapitato che aveva sbagliato, secondo noi. Ecco: ripercorrete un attimo al ritroso, nel tempo, questi flash della nostra vita. Vedrete che ne troverete tanti di questi episodi, dove ci hanno messo su un piatto d’argento la persona che è stata colpita in fragrante di adulterio. Quella persona, cioè, che ha oggettivamente sbagliato. Un bocconcino che non ci siamo fatti proprio togliere dalle nostre grinfie. Anzi, non vedevamo l’ora che si potesse presentare un simile momento. Ed è arrivato: l’abbiamo usato per scagliarci contro la persona in oggetto e lo abbiamo lapidato con le nostre pietre. Ebbene,  ci siamo sentiti soddisfatti perché se lo meritava: ha peccato, ha sbagliato, adesso paga. Quindi, ci siamo sentiti tranquillizzati, la nostra ira finalmente appagata, e poi siamo passati alla seconda vittima, poi la terza, la quarta, poi è diventata un’abitudine. Un modus agenti normale. Basta che una persona non rientri nelle nostre categorie mentali, nei nostri gusti, nelle nostre attese, che subito scatta automaticamente la pietra.

C’è un problema: questa pietra non la possiamo scagliare fisicamente perché altrimenti ci andremo per le piste. Ci denuncerebbero, inizierebbe un processo, questo comporta anche il pagamento di avvocati, e allora noi non percuotiamo con sassi. Usiamo un metodo più leggero, ma non meno potente che si chiama lingua. Vedete, la lingua non solo ha il potere di percuotere ma ha anche il potere di uccidere, sapete? Ci sono persone che, dopo trenta o quarant’anni, hanno ancora in testa quella parola, quell’offesa che si portano dentro. Per la quale serbano ancora rancore e odio, tanto che li ostacola in tutte le relazioni con le altre persone: non vivono in pace perché li ha offesi profondamente. Allora, con la lingua, cosa farò? È semplice: andrò in giro a seminare, a piene mani, tutto l’odio che trovo in corpo. Per denigrare, accusare, giudicare, quella persona che mi ha fatto del male o che ha sbagliato nei miei confronti. Allora vedete, questo è il nostro processo, e vi dirò di più: noi facciamo il processo anche alle intenzioni. Mi spiego: questa persona ha fatto così perché … 1,2,3. Per questi tre motivi, chiaro? Questo si chiama processo alle intenzioni. Di questo ne siamo esperti. Non sapevo che molti avevano il dono della sclerocardia: malattia spirituale che consiste nel leggere i cuori, leggere le intenzioni, la mente. Voi immaginate: non lo sapevo, sono venuto a saperlo. Tante persone hanno questo dono: il nostro quartiere pullula di sclercardiaci. Di gente che ti guarda e ti dice vita, morte e miracoli. Allora, questo è lo stato da dove muoversi per capire quello che è avvenuto oggi.

Oggi cosa è avvenuto? La seguente situazione. Questi signori, ci rappresentano abbondantemente. Siamo tutti noi, pronti a scagliare questo sasso, questa pietra. Il testo, riguardo a Gesù, dice   “ Nessuno ti ha condannata?”. Il testo, mi sa che è sbagliato perché andrebbe tradotto  in un’altra maniera “ Nessuno ti ha potuto condannare?”, chiaro? Perché dico questo? Perché se l’avessero potuto fare, l’avrebbero fatto abbondantemente. Di quella donna non ci sarebbe rimasta neanche la carcassa. Neanche lo scheletro sarebbe rimasto, sapete? Perché le pietre d’ Israele non sono quelle che si rompono. Sono dei macigni che quando ti arrivano addosso ti spezzano in due. Sono molto forti, indistruttibili: tanto che ci fanno le tombe. Gli ebrei usano chiudere il defunto non con i fiori, come facciamo noi. I fiorai avranno i miliardi, di sicuro. Gli ebrei sono molto più composti: mettono i sassi, chiaro? Ogni sasso rappresenta un fiore. Quindi, la situazione è la seguente. Se fosse stato possibile tirarli il gioco era fatto, ma purtroppo non è andata così.

Il testo ci dice che  gli anziani, partendo da gli anziani, voi subito direte – I vecchi sono i peggio che ci stanno: perfidi, maligni –.  No: non sono i vecchi con i capelli bianchi. Gli anziani sono una categoria, nel mondo giudaico, che fanno parte del Sinedrio. Nel Sinedrio entravano settantadue anziani. Anziano viene dal termine presbiteros, da cui presbitero. Il presbitero è il più anziano di tutta l’assemblea. Quindi, anche se qui ci fosse un novantenne, un centenario, io sarei più vecchio di lui. Non a livello cronologico, ma a livello teologico. Quindi, gli anziani di cui si parla qui, non sono i vecchi. Ma sono i rappresentanti del coro che venivano ritenuti saggi. Coloro che sapevano amministrare la Legge: la cosa pubblica. Quindi, non necessariamente vecchio. Questa categoria di anziani, e quindi i saggi: coloro che amministravano la Legge. Addirittura presiedevano il Sinedrio: la più grande carica giuridica d’Israele. Immaginate, questi conoscevano benissimo la Legge, hanno capito molto bene l’espressione di Gesù “ Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”. Ebbene, l’unico che quel giorno avrebbe potuto scagliare la pietra, era proprio Lui: Gesù Cristo. Guardate un po’, di tutta quella folla:tutti se ne vanno, l’unico che rimane è Gesù Cristo.

Sant’Agostino, commentando questa pagina, scrisse una bella espressione che dice “ et relipti sunt tuo, misera et misericordia”. Traduzione: “ e rimasero dunque soli, la misera e la misericordia”. La misera, che era quella donna, e la misericordia. La misericordia,in quel momento incarnata, era Gesù Cristo. Gesù Cristo è la misericordia che si è offerta a quella donna per risollevarsi.

Guardate, qui c’è un progetto di vita, in quell’espressione che Gesù da a questa donna. Noli peccare amplius, va e non peccare più. Guardate, qui stiamo parlando di Maria Maddalena. La peccatrice che da anni esercitava il suo ministero in Israele. Quindi, chi più di lei poteva dire – Sono una peccatrice? –. Voi immaginate: se andando a confessarvi, il sacerdote vi dicesse, prima di uscire dal confessionale – Va, e non peccare più –.  Che cosa direste voi? Come vi sentireste: bene o male? Io credo male. Direste –  Ed ora come faccio? Ero tanto abituato ai miei peccati. Qui, non c’è via di scampo –. Vedete un po’, altro che  “ chi ti ha condannato”. Perché uno dice – Che bel quadretto d’autore, no? Gesù:  con i boccoli d’oro, con gli occhi celesti, gli da un’allisciata in fronte a questa povera disgraziata – . No, no: levatevi dalla testa questa immagine infantile e stupida. Gesù le da un mandato non indifferente “ Va e non peccare più”. Detta così, suona come una condanna perpetua, se non si capisce una cosa: riprendete un po’, c’è ancora speranza. Se Gesù ha detto questo, vuol dire che è possibile. È possibile perché Gesù, in quel momento, le ha dato la grazia. Le ha dato una grazia particolare, per non peccare più. Perché se non glie l’avesse data, questa grazia, altro che pietra: l’avrebbe incenerita  in quel momento stesso.

Quindi Gesù, quando ti dice una cosa, ti da la possibilità di realizzarla. Ad un patto: che tu risponda a quella grazia. Guardate che questa donna è diventata S. Maria Maddalena. Nelle litanie che cantiamo sia a Natale, sia a Pasqua, non manca mai il suo nome. Anche nelle ordinazioni sacerdotali, diaconali, episcopali  non manca mai questa invocazione. Quindi, cosa vuol dire? Puoi essere  il peggiore peccatore di questa terra, al momento che incontri la misericordia di Dio, puoi risollevarti, puoi cambiare vita, puoi diventare un’altra creatura. Sempre se tu rispondi alla grazia. Quando stavo a Rebibbia, non come carcerato ma come cappellano, ho visto con i miei occhi, i miracoli succedere proprio grazie a quest’incontro. Dopo che hanno ricevuto l’assoluzione, non dal giudice ma dal presbitero, sono cambiati radicalmente. L’ho visto con i miei occhi, non vi dico chiacchiere.

Dio fa le cose sul serio, quando ti promette una cosa te la da. Ti da la capacità di farlo, ma ci credi? Sei convinto che alzandoti da quel confessionale, tu puoi non peccare più? Questo è il problema. Altrimenti, non ci sarebbero i santi. Agostino, Francesco non erano meglio di te o meglio di me, peggio di me, peggio di voi. Anche loro hanno fatto le loro esperienze negative, peccaminose, ma da quando hanno incontrato la misericordia sono risorti. Allora, quando incontri un tuo fratello, da oggi in poi, domandati: ma io come sto? Io che gli sto per scagliare questo taglio addosso, questa pietra, come sto?Alle volte, noi siamo peggio di coloro che stiamo condannando. Però ci permettiamo il lusso di farlo. Perché? Perché non abbiamo incontrato la misericordia. Nulla vogliamo incontrare: l’autentica misericordia.

Allora, per tirarci un po’ su, termino con una barzelletta, così vi rinfrancate un po’ le ossa. Questa barzelletta riguarda proprio questo Vangelo. Gesù dice – Chi è senza peccato scagli la prima pietra – e allora si vide staccarsi da una montagna un masso così grande. Tirato proprio. Si gira Gesù e dice – A ma’, ma stai sempre in mezzo? –. Infatti, l’unica che poteva tirargli questo sasso era  solo Maria, no? Chiaramente Maria non glie la tirato addosso.  Maria lo ha tirato per dire – L’unica – certo stiamo nella barzelletta – che possa tirare la pietra, sono io. Pur potendolo fare, non glie la tiro addosso, ma la faccio semplicemente vedere –. Allora, finché non diventiamo Maria o Gesù, anche se diventassimo Gesù o Maria, da oggi in poi, oserei parafrasare il Signore, e vi direi – Va, e non giudicare più –.

Va e non tirare più sassi al tuo fratello, ma va ed opera la misericordia e il perdono.

 

 

 

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Quarta Domenica di Quaresima

Il problema di questa parabola non è: ne il figlio che se ne va, né  quello che se ne sta a casa. Il problema è il Padre. Vediamo perché dico “problema”: sia l’uno, sia l’altro, non avevano capito nulla di questo padre. Come tu che stai qua dentro. Perché dico questo, con una certezza indiscutibile? Sia te, sia me, sia qualsiasi figlio da che siamo nati abbiamo da lamentarci, no? Ci succede una cosa strana, abbiamo un problema: di chi è la colpa? Del Padre. Qualsiasi cosa accada nella vita, state ben certi che la colpa è di Dio. Sapete quante persone incontro quotidianamente che mi dicono di aver perso la fede a causa della morte di mio nonno, mio marito, mio figlio. Mai che la colpa fosse della suocera. Fin’ora nessun caso in cui abbia sentito che qualcuno abbia perso la fede perché gli sia morta la suocera, quindi rasserenatevi. Per altre volte, si: di chi è la colpa? Di Dio.

Facevo l’esempio, nell’altra Messa, di quando ti nasce un bel figlio: di quelli prosperosi, occhi celesti, boccoli d’oro. Questa madre va in giro con il figlio dicendo – Vedi che ho fatto? Io l’ho fatto: tutto merito mio. –. Ti nasce un tetraplegico: di chi è la colpa? Di Dio. Mi pare ovvio, perché io donna faccio solo roba buona. I tetraplegici no, i mongoloidi no, quelli sono opera di Dio. Chiaro? Noi siamo bravissimi,  lievissimi, noi siamo –issimi.

Andiamo avanti con la storia. Primo figlio: chi è il primo figlio? Eccoci, siamo noi. Noi siamo coloro che non siamo usciti di casa: noi stiamo in casa. Stiamo in Chiesa, andiamo a Messa la domenica eccetera. Siamo timorati di Dio. Vediamo come si comporta il primo figlio. Sapete come si comporta? In una maniera splendida: odia il fratello cordialmente, non palesemente. – Ah questo è ritornato? Io non entro: non entrerò a condividere la gioia con questo. Ne ha fatte di tutti i colori: ecco questo tuo figlio, neanche lo riconosce come fratello, ha sperperato tutti i tuoi averi in prostitute. Tu, lo riaccogli? –.  Guardate un po’ come lui, santarello che stava sempre dentro casa, odia il fratello e odia il padre. Odia il padre: sapete perché?  – A me non hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici –. Dentro, cova rabbia nei confronti del padre: c’ha da ridire, non gli sta bene il suo operato. Lo ritiene essere rigido, duro. Eppure questo sta dentro casa: secondo le dicerie della gente è bravo. Non ha fatto mai niente di male. Si vede: odia a morte il fratello e il padre. Dite pure.

Quell’altro, che fa? Fa quello che tutti fanno. Preso dalla sua onnipotenza, prende le sue cose e va a fare i suoi porci comodi. Ci divertiamo, facciamo quello che vogliamo, non pensiamo a niente … per anni. C’è gente che dopo la Prima Comunione sparisce e si ripresenta quando è vecchio. Per qualche occasione funerea li vedi qui presenti. Allora: andiamo a vedere questo signor fratello che se ne va. Non fa nulla di male, è libero perché il padre non ti lega alle sue caviglie. Assumiti, però, le responsabilità: chiaro? Va, dov’è il problema? Ma, c’è un problema: sai qual è? Mangiare, bere, dormire, tutte queste belle cose che ci piacciono, vero? Si, diciamolo in coro. Bene, questo signor giovane ragazzo fa i suoi comodi. Però ad un certo punto si accorge che avrebbe voluto mangiare delle carrube date ai porci. Neanche quello glie le davano. Non sapeva più dove sbattere la testa.  Allora, che fa? Il testo è troppo tranquillo, dice di tornare in sé stesso. Ma che rientra in se stesso – Sai che ti dico? Lì, a casa di mio padre, i servitori mangiano e bevono: tutti stanno bene. Ora, ci provo: andrò da lui, dicendo: “ Io ho peccato contro il cielo, contro di te, non sono più degno di essere tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni”. Pianifica tutto, come aveva pianificato prima d’andarsene. “ Prenderò i miei averi, me ne  andrò alla bettola tale dove troverò una donna che piace tanto a me. Mi divertirò tantissimo con questa donna, poi Dio provvede”. Quindi, Dio ha provveduto. Questo che fa? Preso dai morsi della fame, ritorna dal padre. Risparmiatevi le lacrime. In realtà, del padre non gli interessa proprio niente. Lui fa i suoi calcoli e ritorna da questo padre solo ed esclusivamente per la fame. Chiaro o no? Non gli interessa ne del cielo, ne della terra, ne di nessuno. Infatti, lo dice: trattami come uno dei tuoi garzoni. Fino a lì c’era arrivato: non pretendo certamente di essere di nuovo tuo figlio, ma permettimi almeno di mangiare. Ecco qua, qual è il problema: mangiare. Soddisfare, cioè, i bisogni: fisici, chimici, biologici, generativi, auditivi, sensitivi. Dalla mattina alla sera non faccio altro che ricevere persone per problemi esclusivamente di natura materiale. Qui vediamo che questa parabola ha un risvolto odierno, molto forte. Quindi questo torna a casa (ripeto: non per amore al padre, non perché pensa e dice: “ Certo, l’ho fatta grossa al padre. Nonostante mi amasse tanto. Non mi sono fatto sentire, non l’ho riconosciuto come padre. Non l’ho pensato proprio”). Quanto rivedo, in questo personaggio,  tanti  di noi che ritornano al Padre esclusivamente  per questo motivo. Quindi, immaginate voi.

Adesso, però, mi dovete fare una cortesia: da oggi in poi, nella testa di ognuno di noi si deve imprimere, finalmente, chi è questo padre. Il Padre di cui noi parliamo ha queste caratteristiche:

  • È un padre che non si lega al dito quello che tu fai. Ti rispetta a tal punto di poter fare tutto e il contrario di tutto.

 

  • È colui che è sempre aperto e disponibile a te, attenti qui, è l’apice della Parola, pur sapendo che tu stai tornando a Lui con intensioni false. Immaginate un po’. Ma voi credete che non lo sappia, non legga dentro il cuore, quali sono le nostre reali verità per le quali e con le quali ritorniamo a lui? Siamo così sprovveduti da non capire questo? Volete che quel Padre non sapesse che quel figlio tornava solo per bisogno di fame? Siamo così sprovveduti da non pensarlo? Nonostante questo ( che tu stia tornando a lui per un puro bisogno materiale), Egli ti abbraccia e ti bacia. Nonostante tu faccia veramente pietà e misericordia. Mi fa venire in mente tante confessioni fatte male. Quante confessioni abbiamo fatto male, senza un vero pentimento, senza un vero dolore per quello che abbiamo fatto. Solo per scrollarsi di dosso quel peccato che ci dava fastidio. In verità, lo facevamo incoscienti che avevamo rotto quel rapporto di amore. Solo perché avevamo trasgredito uno dei comandamenti, e basta. Immaginate un po’. Quelle confessioni sono invalide: non hanno senso. È una presa in giro di Dio stesso e della sua Misericordia. Lui lo sa: lo sapeva che tu non eri veramente pentito, anche perché quel peccato lo hai fatto poco dopo la riconciliazione.

Questo è il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. È questo il Dio di Gesù Cristo. Quel Dio al quale gli hai affibbiato tutti tuoi problemi. È giunto il momento di chiedere perdono. Ognuno di noi non esca da questa celebrazione, oggi, che non abbia chiesto perdono di cuore al Padre. Per tutte quelle volte che ti ho usato, non ho creduto al tuo amore,  per essere tornato a te solo per un bisogno di scrupolosità, per paura di andare all’inferno. Questi sono i veri perdoni che dobbiamo chiedere a Dio: radicali del nostro essere, che hanno distrutto un rapporto autentico d’amore.

Stiamo nell’anno della Misericordia: ma che cos’è questa misericordia? Lo avete sentito oggi: il cuore di Dio che si apre alla tua miseria, che non ti giudica,  che non sta li a centellinare tutte le tue parole stupide, che ti accoglie così come sei. Alla luce di questo, chiediamoci:  ma io, dentro, apriamo la nostra porta ad accogliere un fratello che ha sbagliato, peccato. Un fratello che è sparito dalla circolazione e poi è tornato alla misericordia: lo abbiamo accolto così? Oppure lo abbiamo accolto dicendo – Ecco: è ritornato! Ora cosa vuole? Chi si crede di essere? – e giudizi su giudizi. Allora: ce ne abbiamo di cose da dire, sapete? Ci sarebbero infinite cose da estrarre da questa pagina, ma tiratele fuori voi. Istaurate un discorso con il Signore, non abbiate paura: ditegli tutte quelle cose che non gli avete detto fino ad adesso, con il cuore in mano finalmente. Non più con l’apparenza, non più con le fisime psicologiche, ma con la tranquillità. Niente sarcasmi: quando mi hai abbracciato quel giorno e mi hai ridato la vita. Questo dono eterno, l’abbiamo perso.

 

 

 

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Prima Domenica di Quaresima

Iniziamo con la prima domenica di Quaresima. Queste tappe che ci portano alla Pasqua. In questa prima tappa dobbiamo fare i conti, immediatamente con colui che vuole impedirà tutto questo. Lo avete sentito più volte: il diavolo. È certo una categoria con la quale noi denominiamo questo spirito immondo. Diavolos del verbo diaballo che vuol dire dividere. Il diavolo è colui che divide. Quindi, già nella sua etimologia non c’è nulla di buono, come vedete, perché uno che divide non è certamente una persona affidabile. Perché parlo di uno? Perché ne parla il Vangelo. Se avete ben sentito, si usa il pronome personale egli. Vediamo un po’: il diavolo lo condusse in alto, mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse. Parla pure, vedete: il diavolo parla. È giusto che parla perché gli è stata data la parola. Da chi? Da Dio. Come è stata data a te, sai? Sia Satana e sia te, siete due creature di Dio: né più e né meno. Solo che Satana fa parte del regno celeste, tu fai parte del regno terrestre. Come ci sono gerarchie angeliche, così ci sono gerarchie terrestri. È tutto sistemato: non c’è niente di nuovo, strano. È tutto ben chiaro. Però, nonostante fosse così chiaro, c’è gente che anche davanti ad una lettura simile  vi dirà in maniera stupida – non esiste. –. Allora io voglio dire a queste persone, cominciando da: vescovi, sacerdoti, diaconi e semplici cristiani ( se si può dire semplici). Si deve dire laici, non semplici cristiani. Da tutta questa categoria di persone esce fuori, chiaramente non nella sua totalità, l’affermazione della sua non esistenza. Chiaramente colui che parla in questo momento, poiché ci parlo quotidianamente, vi posso riferire che egli è emotivamente molto contento. Sapete di chi? Proprio di queste categorie che vi ho menzionato adesso. Perché? Perché ci stanno lasciando campo libero. Quindi: sia la gerarchia ecclesiastica e sia la gerarchia dei laici, non credendo in lui, non lo combattono. Così va in giro per il mondo seminando morte e distruzione dappertutto.

Quindi, se già partiamo con questi preamboli, non so dove arriveremo. Però, una cosa la so: dalla mattina alla sera non faccio altro che ricevere persone che mi dicono – nella mia vita sta succedendo: questo, questo, questo e quest’altro. Io e mio marito non riusciamo a capire perché, dopo trent’anni di matrimonio, succede tutto questo – . E me lo vuoi chiedere a me? Perché lo vieni a chiedere a me? Che cosa vi fa sospettare che io possa avere la risposta? Allora devi iniziare con costoro, un lungo periodo di purificazione da tutte quelle forme di idolatria in cui si sono andati a impelagare. Quando la loro vita comincia a scappare dalle mani, devono trovare per forza il capo espiatorio. Vanno alla ricerca della causa. Allora io pregherei ai signori presenti, non distruggetevi prima! Prima di arrivare alla distruzione di una vita, pensateci per favore. Cercate di condurre la propria vita, in maniera tale che si possa arrivare a defungere in maniera un po’ più criteriata. Anche perché i mezzi ce li abbiamo. La Santa Madre Chiesa, da duemila anni, annuncia la Parola di Dio, annuncia i sacramenti, li conferisce, se serve fa anche il ministero dell’esorcista per allontanare definitivamente questo diavolo. Quindi, abbiamo tutte le carte in regola per star bene. Noi che facciamo? Siamo subito suoi, abbondantemente.

Vediamo come: innanzitutto ci tengo a precisare che mi ha detto, qualche giorno fa, un tale, che  neanche lui è riuscito a superare la tentazione di tentare Cristo. Non so se vi è chiaro il concetto. Satana dice, riferisco, alla domanda “ perché hai tentato Gesù Cristo sapendo che è Dio?” Perché? Sei così stupido?  La risposta è chiara: perché non sono riuscito a dire di no alla tentazione di tentarlo. Vi piace questa risposta? La sapevate? Non la sapevate, perché nessuno ve lo può dire. Non lo troverete scritto da nessun libro. Vi è chiaro questo concetto? Quindi: neanche lui è riuscito a dominare la tentazione. Sto parlando del tentatore per antonomasia. Vi è chiaro o no?

Quindi: se ha tentato Cristo, ma di te cosa ne farà? Sentiamo. Tu che sei una facezia: un nulla. Che cosa può fare di te? Ti rivolta come un pedalino.  – Ma io sono camionista da tanti anni, sacerdote eccetera. – e come mai nella Chiesa tutti questi scandali stanno uscendo fuori? Parliamone un po’, va: facciamoci una risata. Perché tutti questi scandali? Sentiamo: tutti tacciono, nessuno sa rispondere. Esce fuori lo scandalo: che facciamo? Lo sotterriamo. – Che non venga alla luce, mi raccomando signor Vescovo: non ne parli in modo tale che … –. Andiamo avanti così, da anni nella Chiesa. No: è ora di finirla. La corruzione che state vedendo nel mondo di oggi è niente di quella che voi vedete e sentite: voi immaginate quello che sta dietro. Lo potete immaginare, almeno quello lo potete fare: fatelo. Se vi dovessi dire cosa c’è dietro il muro, scappereste. Allora: c’è qualcosa che non va qua. Costui allora, in questo preciso momento ha come obbiettivo quello di distruggere la Chiesa: cominciando dalla gerarchia, e ci sta riuscendo. È inutile che fate – oh qui si può credere più a nessuno –, la gente stupidamente dice questo. No, no: voi non dovete credere a quelli, no a nessuno. Dovete saper scegliere a chi confidare la propria vita: non al primo imbecille che incontrate per strada.

Quindi: il tentatore fa il suo mestiere. Qual è il mestiere del tentatore? Tentare. Ma io ne posso essere esente? Io che prego tanto, faccio il rosario tutti i giorni, vado a messa la domenica? Posso stare tranquillo, signor Padre? Posso andare tranquillo a dormire? No, perché il primo che rompe le scatole è proprio sotto, sotto: chiaro? – Si, ma tu sei sempre incavolato –, grazie al cavolo. La gente mi dice – Questo è un orso, mi deve acchiappare al buio –, Quello che acchiappa me: mi deve acchiappare. Prova a scappare, poi vedi se diventi fresco come una rosa. Ci sono certi preti che sono profumati: tutti snelli, pimpanti, con il colletto fino a sopra; e tranquilli fumano, se ne vanno in giro … e chi li ammazza quelli! Sempre tranquilli, sereni: ridono bevono, scherzano. Bravi: che bravo sacerdote: affabile. Andate da quelli: poi vedrete, me lo direte!

Andiamo avanti: gustiamoci queste belle tentazioni. Prima tentazione: quand’è che ti becca il tentatore? Quando hai mangiato? No: quando hai fame. – Tra me e mia moglie, è un periodo che non ci intendiamo, c’è freddezza, quasi ci sopportiamo, non abbiamo più nulla da dirci – sapete quante storie di queste sento al giorno?  Infinite.  – quell’entusiasmo di prima non c’è più. Si, stiamo insieme però la noia, la barba, è un momento di stanca: sono stanca –.

 

Sul posto di lavoro, assumono una bella bionda. Una di quelle che a te piacciono tanto. Tu ormai che stai sui quarantacinque: hai cominciato ad invecchiare. Ti si presenta questa: profumata, boccoli fosforescenti, eccetera. Non sto qui a descrivervi la scena: la sapete, no? Che fai tu uomo? Ti vede tua moglie.  – Ma questa proprio: ormai si sta invecchiando – e Satana che fa? – Guarda un po’ chi è arrivata: che ne dici? Che ti sembra? Ci facciamo un pensierino? Tanto: provare non costa nulla. Invitala a bere un caffè, un the. Una parola tira l’altra. Una pizza, o un film. Qualcosa per intessere una relazione dialogica … In fondo me lo merito pure: lavoro tanto. I figli ormai sono grossi. Procediamo. – . Allora, tutte queste belle filastrocche che ti senti dentro: chi te le mette? Voi direte: il mio subconscio, la mia virilità, la concupiscenza della carne, il peccato originale, no? Dite, dite: sparate a più non posso. Mai che ci fosse un sospetto della sua presenza. Mai che nessuno pensi che Satana in persona mi stia istigando a che io possa avere con costei una relazione. È così! Allora, quando tu cominci a sentire  questi belli incitamenti a procedere, ad intessere questa relazione: sappi che c’è la sua firma. Perché sempre in uno dei nostri colloqui: sapete cosa ha detto ultimamente? Come si è autodefinito? Il rovina famiglie. Non vi risulta qualcuno che ha la famiglia rovinata in giro? No, vero? A nessuno risulta. Conoscete qualche famiglia che si è spezzata, divisa, si è ammazzata? No, bene: io credo di si invece. Forse anche nella tua famiglia, attualmente, ci sono queste problematiche. Ebbene sempre questo povero uomo virile, comincia il suo processo di prossimità verso questa fanciulla. Quindi la fanciulla, che si sente sola – Su è appena arrivata al lavoro, è stata inserita adesso … – per approdare ad un sistema qualificato sempre migliore, acconsente a questi primi approcci metodologici ancora così leggeri. Una strizzatina di occhio, una pacca sulle spalle, un sorriso molto accogliente, una risposta su WhatsApp. Questo processo lento e progressivo, che voi mi direte – e che c’è di male – vero o no? È una mia collega. Che c’è di male? Niente, ma proprio niente. Non è che c’è di male, già c’è il male. Volete sapere perché? Ve lo spiego subito. Se fosse tarchiata, bassa, coi brufoli, che le puzza l’alito: voi cosa avreste fatto? Li avreste fatti questi rapporti metodologici? No:  ma guarda un po’. Brutti, maledetti: perché? È brutta, bassa, tarchiata, c’ha i brufoli e le puzza l’alito. Ecco perché non fate gli splendidi: perché il vostro appetito non è sollecitato in giusta maniera. Chiaro o no? Non è perché siete fedeli alla vostra consorte, ma perché la fame che voi avete non viene saziata abbondantemente da quel pasto. Se fosse saziata quella fame, voi l’avreste divorata. Vedete, in filigrana, vi sto facendo vedere la struttura metodologica di Satana che porta poi la sua vittoria su di te.

 

Estendete questo approccio a tutte le altre casistiche e vi accorgerete, allora, qual è il suo stile. Per esempio: lo stile della gloria. A chi di noi non piacerebbe fare uno scatto di carriera? L’ha detto prima a Gesù – Senti: se tu ti prostri davanti a me, io ti darò tutti questi regni –. Sapete quante persone si sono prostrate davanti al direttore megagalattico pur di accedere alla gloria? Lo sapete quante persone si sono svendute della loro dignità per poter accedere ad una dimensione sempre più grande? Quante: quante ne conoscete? Ormai non li riconoscete più perché non vi riconoscono più. – Ma ti sei dimenticato di me: sai chi sono io? Quello con cui tu hai studiato  –

– Ah non mi ricordo. Non mi sovviene proprio …  –

 

Allora noi, quotidianamente,  siamo sottoposti a questa realtà. Guardate, ne potrei parlare per ore su questa metodologia, ma come vedete non è il caso. Però, vorrei che da questi pochi elementi cominciaste pian piano ad applicarli a ciascuno di voi e a verificare, ad esempio: qual è il tuo peccato dominante? Domandati: perché cadi sempre li? Ci sarà un motivo: lo hai elaborato? Lo hai verificato? Ti sei domandato qual è il processo che ti porta sempre a cadere in quella dimensione? Se tu non vai a vedere queste cause e le concause che ti portano a questo, tu non ne esci mai da la. Non ti puoi illudere di dire  – Va bene dai, poi il tempo mette tutto a posto –. No, no: il tempo fa peggiorare solo le cose, sapete? Le fa incancrenire. Allora, se vogliamo vivere autenticamente questa Quaresima, dobbiamo confrontarci per forza con questo personaggio. Anche perché ve lo dico già da adesso: non si staccherà mai da voi. Il suo compito è quello di tentare. Tentare di far che cosa? Di dividerci dal Padre, e perché? Perché è invidioso, geloso: sapete perché? Lui non può più tornarci tra le braccia del Padre perché la sua scelta è ormai definitiva. Ha deciso: quando vede che questo Padre ha una relazione intensa di amore con il suo Figlio, questo va in bestia. Dice – io prima di te, ce l’avevo questo rapporto con Lui. Avevo tutto dal Padre: ero il prediletto. Ora sono dannato –.  Allora fa di tutto per trascinare anche te nella sua dannazione.

Mi auguro allora che ognuno di noi possa dire con autorità – Sta scritto – non dobbiamo dire parole nostre, le nostre parole non valgono niente. Le parole di Dio sono spirito e vita. A Satana dobbiamo rispondere con la Sacra Scrittura, non con le nostre chiacchiere. Per poter far questo, però, dobbiamo viverla, conoscere, ci dobbiamo far guidare da lei e vi accorgerete che alla prima avvisaglia, potremmo rispondere anche noi – Sta scritto –.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Quinta Domenica Tempo Ordinario

Partiamo da quest’esperienza di Simone e dei suoi fratelli, che un po’ è anche l’esperienza di molti di noi: l’esperienza del fallimento. Chi non ha sperimentato questo, non può capirlo. Arriva ad un certo punto della tua vita, che devi fare i conti con il fallimento: ti giri dietro e ti accorgi che tutto quello che hai fatto non è servito a niente. Tutto lo sforzo che tu ci hai messo: l’impegno, la volontà, il tempo, la salute, che ti sei industriato a fare, ti rendi conto che è nulla. È un’esperienza, vedete, molto triste: amara. Immaginate quella mattina, Pietro cosa aveva nella sua mente. Che cosa gli passava per la mente?

Un esperto pescatore che torna a casa, dalla sua famiglia, senza nulla: senza aver pescato nulla, e dopo aver lavorato tutta la notte. Non è che dice ch’è un fannullone: Simone non è un fannullone. I suoi compagni non erano fannulloni: si erano impegnati. C’avevano messo tutto per fare questo: però, ecco qui il risultato. Quindi: stanchi, amareggiati, riassettano le reti per il giorno successivo. Però, proprio in quel momento, nella tua quotidianità, nei gesti comuni che tu fai: ecco che il Signore prende l’iniziativa di entrare nella tua barca. Nella barca di Pietro: non è lui che lo chiama, lo invita, lo cerca. Come forse, è stato nella tua vita: molti di noi non l’hanno cercato il Signore. È Lui che è venuto a cercarci, e si è fatto capire in mille modi. Allora quella mattina: Gesù mette i suoi piedi sulla barca di Simone. Ha scelto proprio quella: chissà perché? Il perché è molto chiaro: Gesù già aveva in testa quello che avrebbe fatto di questo Simone. Da pescatore di pesci a pescatore di uomini. Vedete: non è che Gesù gli stravolge la vita. Cambia, però, il contenuto della pesca: da pesci a uomini. Il pesce: da vivo diventa morto. Nel momento in cui tu lo peschi: tiri su e quello, dopo poco, muore. Non respira più. Gli uomini: li prendi morti per farli risorgere. Guardate un po’ la differenza. Il mandato che Gesù darà a Pietro successivamente, quello di essere pescatore di uomini, è proprio questo. Tu Pietro, insieme ai tuoi compagni, sarete coloro che un domani sarete costituiti per prendere, pescare uomini: dalla morte per portarli alla vita. Questo è il mandato che Pietro riceve.

Ora, però, bisogna collegare quest’esperienza di Pietro alla nostra. Allora vedete: Pietro, cos’ha fatto di male? Apparentemente nulla, come noi del resto. Ognuno di noi, sapete che fa? Esattamente quello che ha fatto Pietro. Si alza la mattina, va a lavorare, decide le sue cose, pianifica tutto quello che deve fare, progetta il proprio futuro, però che succede? Succede una cosa, così, particolare: molto spesso, ci fermiamo e costatiamo che quello che abbiamo fatto, progettato, realizzato, è destinato a perire: a finire, a dissolversi, a tramontare. Sperimentare ancora una volta l’amarezza del nulla. Allora, questa mattina il Signore ci dice una cosa –  tu, chiunque tu sia, probabilmente fino ad adesso, hai buttato la rete nel tuo nome. Secondo i tuoi progetti, secondo la tua logica, la tua cultura, la tua tradizione, quello che sei, non è che hai fatto nulla di male. Tu sei questo: hai fatto questo –. Ecco da oggi in poi, vi invito a fare una cosa: anche per te questo Vangelo si realizza. Anche nella tua vita, questa mattina Gesù entra. La barca rappresenta sia la vita, sia la Chiesa: perché li c’è Pietro e la Chiesa che  molto spesso, nell’iconografia significa la Chiesa. Quindi, Gesù entra nella tua vita e ti spinge ad andare, non più fino ad un certo punto, non più vicino alla riva, ma a largo: in pieno mare. Lontano dalla riva, cioè lontano dalle tue sicurezze: dai tuoi progetti, dai tuoi sogni, dalle tue realizzazioni. Tu fino ad adesso sei arrivato fino a due o tre metri: sei troppo statico, sei troppo ancorato alla tua vita, ai tuoi beni. Mettiti in discussione: con me, nella barca, guarda che puoi arrivare sino a largo, lontano. Non aver paura: Io sto nella tua barca, sto li con te. Non stare più ad elemosinare questi progetti, così, immediati. Non stare più li a centellinare scelte troppo statiche. Butta all’aria la tua esistenza: prendi il largo, mettiti in discussione una volta per tutte! È quello che non hai fatto fino ad adesso, è quello che non riesci a fare fino ad adesso. Ecco perché sei fallito: ecco perché hai fallito miseramente nella tua vita. Ragioni a corto, fino al tuo naso: non vai al di la del tuo naso. Il Signore ci ha creati per fare delle grandi cose: non ci ha creati per essere dei polli da cortile, ma delle aquile che volano in alto. Mettetevelo in testa. Sei chiamato per andare a largo, non per beccare il mangime nei pollai. Per questo sei stato fatto.

Allora, che cosa succede? Pietro non esita a buttarsi. Era un uomo molto intraprendente, quasi spregiudicato. Sembra ancora di vederlo, quella sera, quando Gesù stava in riva al mare, dopo la Resurrezione, e cuoceva un po’ di pesce. Pietro stava nella barca, insieme a Giovanni, lo vedono e lo riconoscono. Giovanni dice – È il Signore! –.  Pietro, che fa? Si butta in mare. Si toglie le vesti, si butta in mare e corre da Gesù. Non ci pensa due minuti. È pieno di fervore, gioia.  Esteriorizza il suo sentimento, il suo affetto anche in quella maniera. È l’uomo dell’impulsività. Ebbene: anche in quell’occasione, si comporta così – Signore non ho preso nulla questa notte, ma sulla tua Parola getterò le reti –. Ecco la chiave risolutiva per cambiare la tua vita. Sei arrivato fino ad adesso: hai fatto le tue esperienze e ti sei reso conto che sono fallimentari. Deciditi, anche tu come Pietro, di al Signore – Sulla tua Parola, da oggi in poi, io getterò la mia vita –. Non più sulla mia parola perché la mia parola, molto spesso, è fragile. Non riesco a mantenerla, non riesco ad esserne fedele, non riesco a vivere la mia parola. Faccio delle promesse: ma non le mantengo, crollo inevitabilmente. Sulla tua Parola, io voglio rigiocarmi la vita. Io la voglio mettere in discussione e, di nuovo, metterla in movimento: cosciente che con Te, non solo arriverò a largo, ma prenderò una grande quantità di pesci.

Ora c’è un altro problema, però. Il problema è questo, che purtroppo anche questo è capitato nella vita di molti di noi: credere che quella rete si riempirà al nostro savoir faire, alla nostra intraprendenza, ai nostri calcoli. – Ecco: ho progettato bene, ho pianificato molto bene. Ecco perché prendo questa grande quantità di pesce: perché io sono stato bravo nell’intraprendere quest’iniziativa –. Ecco, vedete i risultati: addirittura due barche servirono quel giorno per prendere i pesci. Guardate: questa è la tentazione più grossa che possiamo avere dal nostro nemico. Credere che quel dono è frutto delle nostre mani.

Guardate che Gesù dice a Pietro, esclusivamente una cosa – Prendi il largo e calate le reti –, non gli dice altro. Tu: niente altro devi fare. Devi obbedire ad una Parola: non devi fare altro. Chi da l’incremento, non sei tu: è Dio. Ci sono delle parabole nel Vangelo, non so: quella del seminatore. Il seminatore: cosa deve fare? Seminare: non deve fare altro. Chi fa germogliare quel seme, non è l’agricoltore. L’agricoltore non può fare più nulla, perché se non piove, non c’è sole, se dovessero esserci così tanti uccelli da mangiarsi questi semi: quel terreno, cosa potrebbe dare? quel seme che lui ha seminato, che risultato potrebbe dare? Ditemi: nessuno. Quindi, il Signore a noi: che cosa ci sta chiedendo? Semplicemente una cosa,  che non è una cosa straordinaria, impossibile, ma facciamola. Almeno quella. Gettare la rete, ma non nel nostro nome: nel suo nome. Allora si che le cose cambieranno radicalmente. Ti accorgerai che tutto quello che hai fatto fino ad adesso, tu: sulla tua parola, non è valso niente. La tua vita cambierà, nella misura in cui sarai capace di dire con onestà e con fede – Signore, sulla tua Parola getterò le reti –, e da quel momento in poi Pietro si accorse di questo grande dono. Devi ricevere il dono: il dono si riceve, non si costruisce. Sappiatelo. L’incremento del tuo lavoro: non lo danno le tue mani, lo da Dio. Quindi, non state li a dire – Questo l’ho fatto io, quello l’ho fatto io, è per merito mio che c’è questo. Grazie a me, che c’è questo –.  No: grazie a Dio, non a me. Perché se noi andiamo avanti ancora così: a crederci essere coloro i quali costituiscono le cose, danno origine alle cose, consistenza all’opera delle proprie mani, è certo che vivremo sempre sotto questo delirio. Nel delirio d’onnipotenza. Allora, che il Signore ci aiuti questa mattina a fare questo percorso: questo abbandono alle sue mani perché possa rifulgere, sempre di più, l’opera delle sue mani. L’opera creatrice delle sue mani che ci spingono ad andare sempre più in la: sempre più lontano nel suo nome.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Quarta Domenica Tempo Ordinario

Il Vangelo di questa Domenica, non fa altro che proseguire, a livello tematico, quello che è successo Domenica scorsa. Dopo aver concluso il suo discorso, ecco che oggi assistiamo alle ripercussioni di quel discorso. Il discorso dell’altra Domenica, cosa diceva? Oggi si è adempiuta questa scrittura. Chiaramente, questo desta, ha destato nei Giudei ribellione: perché questo profeta, il Messia, questo Gesù Cristo, afferma di adempiere, in se stesso, la Parola di Dio. Perché questo è un problema? Perché questa reazione così violenta, a tal punto di volerlo buttare giù dal precipizio?

È semplice. Perché il profeta, attenti: il vero profeta è scomodo. È scomodo: perché? Ci rimprovera il nostro modo di vivere. Quando comincia ad attaccare, quel che sono i nostri stili di vita che vanno contro Dio. Chiaramente, se ci dicono in faccia – Guarda che tu, proprio tu: sei un grande egoista, un grande superbo, un grande permaloso eccetera – . Quando comincia, cioè la Parola, ad attaccare sostanzialmente la nostra immagine ecco che scattano tutti quei meccanismi che conosciamo in psicologia: la chiusura, il proteggersi, la rimozione, e compagnia bella. Tutti meccanismi di autodifesa dell’io. Tiriamo tutti fuori, questi bei meccanismi, ed eleviamo un bel muro davanti al profeta. Gesù, infatti, nella sua patria non ha potuto operare niente. Lo avete sentito dal Vangelo, perché appunto c’è questo problema: i suoi compaesani si sono chiusi al suo annuncio.

Allora Gesù, tira fuori due esempi dell’Antico Testamento: il primo, legato a questa vedova in Sarepta di Sidone. Questa vedova, cosa fece in quel tempo? C’era una carestia, in Israele, che durava tre anni e sei mesi. Elia viene mandato da questa vedova ad annunciarle il Dio d’Israele: ad annunciare la salvezza. Mentre Elia era stato scacciato dalla regione, andando via esule. Dio gli dice di andare da quella vedova. Quella vedova, perché viene presa oggi come emblema? Quella vedova, sapete cosa fece? Lo accolse in casa sua: gli prepara una focaccia con quel poco di olio che le rimaneva nell’orcio, infatti sulle prime disse ad Elia – Per la vita del Signore Dio tuo, adesso preparerò una focaccia per me e una per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo –.

– Va bene: fai così – disse Elia – Però, prima di questo, prepara una focaccia per me –. Dov’è la grandezza di questa donna? Nel credere a questa parola. Infatti, Elia disse – L’orcio nell’olio, non mancherà. La farina, non verrà meno. –. Infatti mangiarono per giorni e giorni. Allora vedete: questa donna si è fidata della Parola del profeta.  Quindi, questa donna che non aveva nulla: non possedeva proprio nulla, che ormai aspettava solo la morte, è addirittura annoverata nei Vangeli. Guardate la grandezza di questa donna che ha saputo aprirsi all’annuncio del profeta.

Lo stesso è quello che capitò a Naaman il Siro. Questo era un lebbroso, era andato da tutti per farsi curare, cercava qualche modo per cavarsi dalla morte e nessuno era riuscito a guarirlo. Fin quando venne il profeta Eliseo che gli disse – Vai nel fiume e bagnati sette volte –. Anche li, ci fu un iniziale rifiuto. – Ma come: io mi devo andare a bagnare in quelle acque sporche, quando io invece ho delle piscine bellissime: di acqua fresca –.  Allora, qualcuno lo fece ragionare e disse a Naaman – Ma se ti avesse chiesto qualcosa di impossibile, l’avresti fatto? –. Lui rispose – Come posso fare qualcosa di impossibile? Però mi sarei impegnato, avrei cercato di farlo in tutti i modi –.

– Ma invece ti ha chiesto di fare una cosa molto semplice: vai a bagnarti sette volte al fiume –.

Allora, si aprì a questo annuncio: all’annuncio del profeta. Andò e fu sanato: proprio in quelle acque sporche. Qual è stato, anche li, la causa della sua guarigione? L’obbedienza alla Parola.

Sono due fatti che Gesù porta davanti al popolo d’Israele e allora capirono che cosa voleva dire. Voleva dire che, mentre queste due persone si sono aperte all’annuncio del profeta, il popolo no.  Infatti: si alzarono, lo presero e lo volevano gettare fuori dal precipizio.

Allora pensando un attimino alla nostra comunità parrocchiale, mi sono fatto una domanda: Ma non è che niente, niente anche qui stiamo nella stessa situazione? In che senso? Molti di voi: ascoltano la Parola da anni, credo, venite a Messa. Allora, vorrei fare una domanda: La vostra vita è cambiata da qualche anno a questa parte? È cambiata radicalmente? Davanti all’annuncio del profeta che Dio ha mandato a questa comunità: che tipo reazioni  si stanno vedendo? Di apertura, o di chiusura? Di accoglienza, o di alzamento di muri? Che cosa c’è? Che cosa significa? Una parrocchia di ventimila abitanti, dovrebbe essere sufficiente per contenere i fedeli. Guardatevi, e ditemi quanti ne mancano. Come mai? Qual è il problema? Non chiudiamo sempre gli occhi facendo finta di nulla, sapete? Guardate che, stiamo vivendo la stessa situazione di duemila anni fa: ne più e ne meno. Anche il profeta di oggi, che è il parroco di questa comunità, molto spesso sperimenta questa chiusura: della mente, del cuore, della vita di molte persone. Anche delle più insospettabili: perché? Il motivo è molto semplice: nessuno di noi è pronto a buttare all’aria i vecchi schemi, le vecchie tradizioni, le vecchie logiche legate a questo tipo di rapporto con Dio. Questo è il problema fondamentale di molte persone: stereotipate, rinchiuse in meccanismi di autodeterminazione eterna, di determinismo assoluto che non permettono l’apertura alla novità di Cristo e del suo profeta.

Guardate che il profeta non deve dire cose personali: mi raccomando. State molto attenti a chi vi predica cose personali. Il profeta è colui che parla al posto di Dio. Per dire, che cosa: il proprio modo di vedere? Il proprio modo di ragionare? Commentare i fatti quotidiani che avvengono di qua e di la? No: il profeta è colui che deve portare la Parola che non è sua. La deve semplicemente annunciare: non deve fare nient’altro. Ma questa parola, dovete sapere molto bene: o chiama a conversione ( realizza una conversione reale in chi ascolta), oppure: che cosa provoca? Chiusura e basta. Quindi, due modalità bisogna tener presenti. Da parte di chi ascolta, ci vuole questa precomprensione di apertura: chiaro? Perché se tu non sei aperto alla Parola, fai la fine dei Giudei che davanti alla predicazione di Gesù chiusero la porta del proprio cuore, della propria mente all’annuncio del profeta. Primo punto: es parte hominis possiamo dire. Il predicante, per essere autentico, deve avere le stesse caratteristiche del profeta Geremia. Quali sono? Il primo verbo è yadà: conoscere. Prima che tu uscissi alla luce, io ti conoscevo. Questo tipo di conoscenza che Jahvè ha del proprio profeta, dovete sapere,non è a livello: visivo, percettivo, sensitivo, uditivo; ma è a livello ontologico dell’essere. Dio conosce il profeta, cioè è Lui la radice dell’essere del profeta e solo Dio lo può conoscere. Nessun uomo, su questa terra, può conoscere l’essere del profeta. È così, cari signori: il profeta ha una relazione con l’essere di Dio a livello ontologico. Anche il profeta deve avere, con colui che lo ha conosciuto, questa relazione. Poi, c’è questa dimensione uditiva: il verbo zadac, cioè viene costituito. – Io ti ho costituito sul popolo, sulle nazioni, perché tu possa far conoscere la mia Parola. Io ti ho consacrato, cioè ti ho riservato per me: tu mi appartieni.  –. Dio quando sceglie il profeta, è perché tra Lui e il profeta ci sia questa relazione speciale: riservata. Per fare, che cosa? Per costituirlo e per poi mandarlo ad annunciare la Parola. Allora, attenti bene: se il profeta non vive questa relazione ontologica profonda con colui che lo ha chiamato e costituito, questo profeta farà dei danni irreversibili su tutta la comunità: chiaro? L’autenticazione di una comunità, la si vede da chi ha formato quella comunità. Il profeta che non annuncia la Parola di Dio, ma ne pronuncia un’altra, non forma la comunità ma la distrugge. Se un genitore, per paura di non essere gradito dal figlio: non lo richiama, non lo corregge, non lo costituisce in autenticità, non fa conoscere al figlio la verità e non lo induce a vivere nella verità; quel genitore distrugge il figlio. Lo distrugge: con questa storia di fare i padri o le madri amiche o amici, si è persa la paternità e la maternità. Si è persa proprio questa dimensione relazionale, perciò si è perso il rapporto di: correzione, pedagogica eccetera. Immaginate un po’. Quindi: sia il profeta, sia l’educante, se non annunciano una parola che ti porta a conversione autentica, ma ti lascia stare nel tuo posto così come sei, non ti induce ad un cambiamento radicale continuo, rischi di dannarti: tu che annunci e tu che ascolti. Sappiatelo. Allora, a questo punto, mi sembra alquanto logico quello che è avvenuto oggi. Che cosa è avvenuto oggi? Un Cristo che parla autenticamente, trova davanti a sé una comunità chiusa: chiusa all’annuncio della verità, della novità.

Allora, vorrei concludere con questo appello: ognuno di noi oggi, nella solitudine della propria camera, si interroghi.  – Ma io, chi sono? Davanti alla Parola di Dio che mi chiama continuamente a conversione, che tipo di meccanismi faccio scattare? Come mi relaziono? In questi anni di cammino che io sto facendo alla scuola del Cristo, quali cambiamenti posso dire d’aver fatto? Posso dire di aver vissuto, sulla mia pelle, che cosa è cambiato in me,da tanti anni a questa parte in cui io ascolto la Parola? –. Poniti questa domanda: nulla? Qualcosa? Non lo so. Ognuno sa, dentro e fuori se stesso, quello che è avvenuto. Quindi ognuno di noi si interroghi veramente, nella verità, davanti a Dio e gli dica – Signore probabilmente le tue Parole mi scivolano addosso, oppure goliardicamente potete dire: “ ancora non mi sento pronto per il cambiamento”. Signore aspetta un altro poco. Ho ancora da fare qualche cosa. Signore permetti che io seppellisca mio padre. – .

– Lascia che i morti seppelliscano i loro morti: vieni e seguimi – . È questa la logica: che lo Spirito Santo ci aiuti in questo cammino di verità.

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Terza Domenica Tempo Ordinario

Gesù inizia la sua predicazione e viene, oggi, a presentarsi a Nazareth dov’è stato per trent’anni. Ha vissuto la quotidianità, il lavoro, imparando l’obbedienza da Maria e Giuseppe. Ora è giunto per Lui il momento di predicare la Parola poiché Egli è la Parola incarnata. Ecco perché non può fare a meno di rivolgerla a noi. Questa parola viene proclamata nella sinagoga di Nazareth. Un luogo a lui ben conosciuto: era conosciuto dalla gente che rappresentava la sua quotidianità.

Però c’è un problema: Gesù fa problema perché la gente non riesce a capire come uno di loro possa essere diverso da loro. Come fa, costui ad essere così diverso da noi? Chi si crede di essere? Lo conosciamo, ne conosciamo la famiglia, è cresciuto in mezzo a noi: che cosa sono questi segni che sta facendo? Che cosa sono questi miracoli che sta operando? Cosa sono queste guarigioni? Da dove gli viene questa sapienza? Tutti interrogativi che la gente si faceva, ma non riusciva a dare una risposta perché non volevano entrare in relazione con Lui. La loro relazione non era aperta, ma chiusa dalle loro tradizioni, dalle loro leggi, tuttavia Gesù continua ed opera tutto questo: da Nazareth in poi. E come lo fa questo? Lo fa perché lo Spirito del Signore è sopra di me. L’opera salvifica è causa di tutta la Trinità. Abbiamo il Figlio, su di Lui c’è lo Spirito Santo che il Padre ha mandato.

Ora, vorrei fare una precisazione che serve soprattutto per noi: il nostro ministero della Parola, in quanto battezzati, come lo stiamo esercitando? È stata letta nella seconda lettura, questa scrittura di Paolo dove si afferma che la Chiesa è un corpo, ed in questo corpo ci sono le varie membra. Ogni membro è deputato a svolgere una particolare funzione, ma ogni membro deve esercitare questo ministero. Ci saranno gli apostoli, i profeti, i dottori, ci saranno tutti coloro che nella Chiesa svolgono una missione. Quella, innanzitutto, di testimoniare la Parola; ma c’è un problema:  Gesù in questa sinagoga dice:« Oggi si è adempiuta questa Parola che voi avete ascoltato». Allora il problema è proprio qui: noi siamo, molto spesso, che cosa? Dei buoni predicatori, ed ecco che il problema emerge: chi di noi può azzardarsi di dire al termine di una lettura di una Parola letta o di una predica fatta – Oggi si adempie in me questa parola? –.  Chi è che ha il coraggio, come qualsiasi cosa tu sia ( vescovo, prete, catechista, insegnante), dire questa parola? Qui è il problema, sapete? Noi cristiani cattolici abbiamo ridotto la Parola di Dio ad una semplice informazione. Usiamo la Parola per erudire il nostro cervello, la nostra sensibilità e basta. Siamo capaci di citarla, siamo capaci di metterla insieme: di scrutarla; ma a tutti manca questa posa in opera di essa.

Mi sto riferendo alla Parola di Dio perché qualora entrasse nel linguaggio corrente: sapete cosa avviene? Avviene quest’altro tipo di realtà: quante volte dici ad un’altra persona dei consigli, offri un’indicazione, proponi un itinerario, prometti qualche cosa, ti impegni su una parola, e poi? Puntualmente smentisci con il tuo operato. Non c’è cosa peggiore, nella vita di una persona, essere stato oggetto di un inganno basato sull’affettività. Cioè promettere ad una persona di amarla, far capire che c’è interesse nei tuoi confronti, ma poi vedere nullificato tutto questo. Guardate la parola promessa e non mantenuta cosa può provocare: la distruzione di una persona; soprattutto quando si gioca con i sentimenti. Non c’è cosa peggiore che ingannare l’altro, mediante l’uso della parola, con l’affettività. Conosco delle situazioni di persone che soffrono come cani perché lasciate su una parola, su un messaggio, abbandonate a se stesse con un semplice sguardo. Allora guardate: ognuno di noi oggi si deve interrogare. Quante delle parole che io proferisco porto a compimento? Quante ne adempio? Perché davanti a questa prospettiva, non lo so come ci mettiamo: sapete? È inutile che continuiamo a dire: « Io non ho peccato. Sono una persona onesta, equilibrata ecc.», non sei proprio niente perché di quello che dici non ne vivi una virgola, di quello che professi non ne professi una facezia. Chiaro? Allora ci sono le promesse: mi impegnerò, vedrai Signore che lo farò .. no! Oggi si è adempiuta, non domani, non ieri. Sai, facevo parte degli scout, dell’azione cattolica, facevo il ministrante da bambino. Ho capito, ma adesso uccidi le persone, c’è un po’ di differenza. Non c’è ieri, non c’è domani, c’è oggi. Oggi: hai adempiuto a questa parola? E poi potrei domandare a Gesù: chi sono questi poveri a cui tu sei stato mandato ed io sono stato mandato, ed ogni battezzato è stato mandato? Perché ognuno di noi, in forza del nostro Battesimo viene costituito: testimone, evangelizzatore della Parola.

Allora: lo spirito del Signore è sopra di me e mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri. Chi sono i poveri? Cari signori, i poveri ce li avete vicino. Non sono quelli che stanno in Africa, nelle favelas o nei sobborghi delle necropoli. I poveri, sapete chi sono oggi? Sono quelle persone che tu incontri nel tuo posto di lavoro, nel tuo condominio, o probabilmente ce l’hai anche in casa. Hanno perso il senso della vita: che nessuno ama, di cui nessuno se ne prende cura, di cui tu stesso eviti come la peste. Ebbene: questi sono i poveri. I poveri non sono gli straccioni, sono vestiti bene, profumano, hanno anche la Laurea, ma sono molto poveri, sono vuoti. Non hanno amore, non sanno amare, non sanno donarsi, non sanno condividere. Questi sono i poveri dai quali il Signore mi manda, ma per andare da costoro bisogna che sopra di me ci sia lo Spirito. Solo se ho lo Spirito di Dio io posso portare la vita ai poveri, altrimenti porterò la morte! Seminerò la morte, non la vita. Seminerò confusione, giudizio, pettegolezzo, calunnia, ottusità, arroganza, superbia, accidia, orgoglio, vanagloria, permalosità: questo semino se non ho lo Spirito su di me! Che cosa porto ai poveri? Porto me. E tu chi sei? Non sei niente: un groviglio di peccati, di contraddizioni. Vuoi essere santo e pecchi continuamente, hai ispirazioni ( chissà di quale natura: spirituali) e poi cadi nei peggiori peccati, come puoi accostare un povero? Come puoi ridare la vita ad un povero? Come puoi essere tu principio di vita, quando dentro hai la morte? Questo è il problema.

Invochiamo, in questa Eucarestia, lo Spirito del Signore perché possa scendere sulla Chiesa universale perché la possa costituire degna di questo mandato. Lo Spirito mi ha mandato a portare ai poveri il lieto messaggio, non è la mia iniziativa, non è il mio progetto da realizzare, non sono le mie aspettative che mi devono condurre. Lo Spirito del Signore: sia esso il principio e il fondamento di ogni azione della Chiesa e fuori di essa.

 

 

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